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— Mi metterò a piangere! — strillò Theresa a tutto volume. — Farò squagliare il pavimento! C’è una nanotecnologia che voi non avete mai visto che mi permette di farlo, io posso farlo! Tutto quel che devo fare è cantare! — Cominciò a cantare, una canzone che le cantava sempre la sua balia, ma era troppo dolce e così lei cominciò a saltare su e giù e poi a girare intorno, gridando le parole e poi cambiandole nelle oscenità che usava Cazie quando era arrabbiata con Jackson perché non aveva fatto quello che lei voleva. — Povero illuso figlio di puttana, la tua visione della realtà è così limitata che non ne vedi nemmeno una frazione, figuriamoci se vedi una frazione di "me", manchi di ironia, Jackson maledetto inferno dei Vivi, non capisci nemmeno quello! Patetico bambino viziato, pensi forse… "Levatevi dai fottutissimi piedi!"

Lo fecero. La folla si ritirò, e alcuni bambini cominciarono a piangere. Le triadi si strinsero. Strillando, cantando, saltando, imprecando, turbinando, Theresa si avvicinò alla porta, con la cassetta in mano, mentre un centinaio di persone, dovevano essere novantanove oppure centodue, la guardavano con la stessa paura ansiosa che Theresa vedeva quotidianamente allo specchio.

Riuscì ad arrivare all’esterno appena prima che i nervi le cedessero.

Comunque fu in grado di arrancare all’aeromobile. — Decollo! — ansimò. — Casa. — A quel punto sentì mancare il fiato, sentì iniziare l’attacco, e quello che poté fare per tutta la sua durata fu cercare di respirare; intanto l’aeromobile volava per proprio conto lontano dall’accampamento dei Vivi ma nessuna piccola figura, venti metri sotto, uscì dall’edificio per guardarla partire.

Appena prima di raggiungere Manhattan Est, Theresa riprese il controllo di se stessa. Si appoggiò contro il sedile dell’aeromobile e cercò di pensare.

Non poteva tornare a casa. Cazie poteva essere ancora lì. Fece volare l’aeromobile fino al primo spazio ampio e deserto, che si rivelò un circuito abbandonato di scooter, e le ordinò di atterrare in un punto da dove si vedesse in ogni direzione. Restò seduta, stringendo in mano la cassetta di Miranda e respirando più profondamente e regolarmente possibile.

Che cosa era appena accaduto?

Era stata Cazie. Si era trattato solo di una finzione, ovviamente, ma era stata in grado di fingere con potenza sufficiente per allontanare da sé la paura per qualche istante, e per comportarsi come, altrimenti, non sarebbe mai riuscita. Ma come era potuto accadere? Gli attori degli ologrammi, ovviamente, fingevano costantemente di essere altre persone, per risultare convincenti nella storia, ma Theresa non era una oloattrice. E certo non assomigliava a Cazie. La sua chimica cerebrale era diversa, in qualche modo era da

Avrebbe chiesto a Thomas di scoprirlo.

Al momento, tuttavia, se non tornava a casa, doveva decidere dove andare. Soltanto che lei voleva tornare a casa. Non sapeva quanto a lungo sarebbe durata quella bizzarra chimica cerebrale presa in prestito e voleva trovarsi attorno le proprie cose, la camera rosa, la coperta all’uncinetto e Thomas. Ma se c’era ancora Cazie…

Se Cazie era ancora lì, Theresa sarebbe diventata qualcun altro in grado di dire a Cazie che quello non era il momento buono per parlare. Qualcuno che potesse dire: — Mi dispiace ma sono stanca e ho bisogno di riposare, adesso. — Anche se Theresa fosse riuscita a fingersi una persona così soltanto per un minuto. Forse un minuto le sarebbe bastato. Certo, sarebbe potuta diventare qualcun altro per un minuto: Leisha Camden. Leisha era stata sempre calma e decisa. Theresa sarebbe diventata Leisha Camden, che discuteva con tranquillità il caso sui diritti degli Inso

Cazie sarebbe saltata addosso a Theresa e l’avrebbe ridotta in brandelli.

Theresa non poteva fingersi Leisha Camden davanti a Cazie. Sarebbe stato come proteggersi da un uragano usando ca

Se Leisha avesse voluto scoprire cosa si nascondeva dietro il falso ologramma di Miranda, sarebbe andata nel posto in cui era più probabile che si sapesse qualcosa. Ovunque fosse. Perfino a Selene. Ma Selene non rispondeva ai messaggi, e anche se Theresa fosse riuscita a mettere insieme tanto coraggio da affrontare un viaggio spaziale… no, non ci sarebbe mai riuscita. Lo sapeva. Forse, però, non doveva arrivare tanto lontano come a Selene.

Theresa serrò la presa sulla cassetta olografica. Ci sarebbe riuscita davvero, anche se fingendo di essere Leisha? Avrebbe dovuto volare fino a un aeroporto, noleggiare un aereo per suo conto. No, era troppo difficile. Le si mozzò il fiato al solo pensiero.

Quindi pensò a tornare a casa e a cercare di evitare di dire a Cazie dove si trovava Jackson.

Theresa si portò le mani sul volto, quindi si raddrizzò. Non era più Theresa Aranow, lei era Leisha Camden. Pensarlo l’avrebbe fatta sentire differente, quindi la sua chimica cerebrale sarebbe variata un po’… Lei era Leisha Camden. Lo "era".

— Aeroporto Manhattan Est. Coordinate automatiche — ordinò all’aeromobile, e la voce le suonò diversa alle orecchie terrorizzate.

Mentre il veicolo decollava, a Theresa ve

A dispetto di se stessa, Theresa scoppiò a ridere. La risata le uscì come un piagnucolio.

Si chiese chi avrebbe trovato effettivamente, in Nuovo Messico, comportandosi come se fosse un’altra persona.

La parte più difficile risultò quella di ingaggiare un pilota.

Theresa si incamminò nell’edificio dell’aeroporto di Manhattan Est sulla Lexington Avenue. Era una costruzione regolare e vecchio stile con la programmazione delle pareti a metalli cangianti. Le persone le sfrecciavano davanti dirigendosi verso alcuni terminali o uscite differenti: un gruppo di uomini e do

— È rimasta ferma per due minuti, signora. Posso esserle di aiuto?

— Oh, sì — disse subito Theresa al fluttuante. — Ho bisogno… voglio noleggiare un aereo privato. Con un pilota. Per arrivare in Nuovo Messico.

— Il nostro servizio noleggio di aerei charter può essere contattato da qualsiasi terminale per la clientela, signora. Se posso aiutarla per qualcos’altro…

— Ma non so come si fa!

— Mi scusi, signora, ma devo attivare un programma di autodiagnosi. — La robocamera ronzò dolcemente. — La mia programmazione non mostra alcun errore nel funzionamento sensoriale. Lei è un adulto modificato geneticamente?

— Sì. Io… io sono adulta. Ma non so comunque come usare un terminale per la clientela. — Riuscì a sentire il rossore che le infiammava il volto.

— Vuole che le proponga una dimostrazione del sistema?

— Oh, sì, grazie.

La robocamera la condusse a una fila di terminali. Theresa fu in grado di riconoscere un analizzatore di retina. Si avvicinò docilmente contro lo schermo finché una voce profonda e gradevole le disse: — Benvenuta all’aeroporto di Manhattan Est, signorina Aranow. Numero di volo desiderato?

La robocamera chiese: — Servizio noleggio aerei, per favore.

— Certo — rispose il sistema.

Sul terminale apparve una fila di scritte. Theresa si sentì arrossire di nuovo: leggeva lentamente. La robocamera domandò ancora: — Dove desidera andare, signorina Aranow? E quando desidera partire?

— In Nuovo Messico. Vicino a Taos. E voglio partire subito. Con… con un… — Come si faceva a chiedere un pilota che non incutesse troppa paura? Theresa indietreggiò di un passo.

— Il terzo requisito di volo non è stato compreso. Ripetere prego — invitò il terminale per la clientela.

— Volare con qualcuno di sicuro!

— Tre piloti con patente di sicurezza tripla-A sono disponibili nei prossimi trenta minuti per voli interni. Si applica tariffa d’urgenza. Le mostriamo i curriculum di volo. Desidera mettersi in comunicazione verbale con uno dei tre?

I curriculum di volo consistevano in altre scritte dai caratteri piccolissimi. Però c’erano anche le foto: tre volti attraenti, modificati geneticamente. Ma, chissà perché, non sembravano Muli. No, ovviamente non potevano esserlo, quelli erano tecnici. — Quella. La do

Il pilota apparve subito in linea. Sembrava sulla trentina, un volto forte, senza trucco, tutta la sua bellezza nei tratti decisi e austeri. Anche la sua voce era ferma e austera. — Signorina Aranow? Desidera un pilota per un volo immediato nel Nuovo Messico?

— Sì. No. Io… non so.

L’immagine del pilota si sporse in avanti, esaminando l’immagine di Theresa. — Lei non lo sa?

— No. Sì, voglio dire, lo so. Non devo andare, non ho bisogno di un pilota. È stato un errore. — Si allontanò dal terminale indietreggiando. La voce forte e calma la fermò.

— Signorina Aranow, il fluttuante che si trova accanto a lei la condurrà direttamente al mio aereo. Possiamo decollare subito. Se non si sente bene, le invierò un robot-accompagnatore.

— No, io… sto bene. Arrivo.

Fissò lo sguardo sul fluttuante, costringendosi a guardare quello e niente altro. Soltanto una palla grigia, non faceva paura, doveva solo seguirla senza pensare, come avrebbe fatto Cazie.

No, Cazie non l’avrebbe fatto. Cazie sarebbe volata per conto suo fino al Nuovo Messico.

Benissimo, basta Cazie, non poteva essere Cazie, ma aveva bisogno di essere qualcun altro perché lei, Theresa, non sarebbe riuscita a fare tutto da sola, si sentiva già scivolare nel panico. Chi poteva essere? Conosceva a mala pena altre persone oltre Leisha e Cazie.

E Jackson. "Prendi un neurofarmaco, Tessie." Benissimo, era Theresa sotto l’effetto di un neurofarmaco. Era una persona chimicamente calma, una persona che credeva che il mondo avesse un senso.

— Salve, signorina Aranow. Io sono il pilota di prima classe Jane Martha Olivetti.

Theresa era già arrivata. L’aereo le si profilava di fianco, anche se lei non ricordava di avere preso la carrozza magnetica dell’aeroporto da Manhattan Est o di avere attraversato il campo di volo. Solo in quel momento si accorse che quello non era protetto o, quanto meno, lo era soltanto parzialmente: quel clima era autentico. Un freddo vento di aprile. Rabbrividì mentre saliva sull’aereo del pilota Olivetti.