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Cazie tornò con la borsa. Jackson applicò un cerotto antidolorifico sul collo della ragazzina e il volto di lei si rilassò quasi all’istante. Il cerotto conteneva un potente miscuglio di inibitori dei nervi del dolore, endorfine e la dose più alta legalmente concessa di stimolatori dei centri del piacere. Lizzie cominciò a sogghignare come un’idiota.
Le tastò il braccio e le chiese di spostare le spalle in una serie di posizioni. Lei fu in grado di farlo. Gli altri arti non avevano subito da
Ecco fatto. Il gesso, il Depuratore Cellulare e lo stesso corpo della ragazzina avrebbero fatto il resto.
— Lizzie… — chiamò Diana/Vicki, ricordando a Jackson che c’era anche lei. La voce della do
— Lizzie, stai bene?
— Ovvio che non sta bene, ha un braccio rotto — interve
— Lizzie, tesoro?
Cazie la scimmiottò in modo sarcastico: — "Diana, tesoro?" Dovete dare qualche spiegazione, tutt’e due. La documentazione pubblica dice che hai cambiato nome in "Victoria Turner". Non dice però che ci fai qui, entrata di straforo nella mia fabbrica.
Vicki, che era stata inginocchiata accanto alla ragazzina sognante, si alzò e fronteggiò Cazie. Vicki era più alta, più vecchia e aveva un aspetto più selvatico con la tunica da Viva mezzo smangiata e i capelli tagliati corti e scompigliati dal so
A Jackson apparve un combattimento ad armi pari.
— Cosa ci faccio "entrando di straforo nella tua fabbrica" è provvedere che una tribù intera non muoia di freddo questo inverno — disse Vicki scimmiottando le parole. — Non mi aspetto che la cosa ti preoccupi.
— Non hai la minima idea di quello che mi preoccupa o meno — rispose freddamente Cazie. — Quello di cui dovresti preoccuparti "tu" è una bella denuncia per violazione di domicilio con effrazione.
— Oh, che terrore. Ascolta, Cazie Sanders, per quanto tempo ancora quelli della tua razza…
— "La mia" razza? Diversa dalla tua, immagino?
— …restera
— Oh, mio Dio, marxismo riciclato — commentò Cazie con disprezzo. — Prendete i mezzi di produzione, vero? E voi due fate parte dell’avanguardia dell’esercito.
— Non penso…
— È ovvio. Ma chi sei tu, alla fine? Una specie di Mulo ri
Vicki guardò a lungo Cazie. Il suo volto cambiò. Quindi, in maniera pacata: — Chi sono io? Io sono la persona che ha condotto l’Ente di Controllo per gli Standard Genetici ad arrestare Miranda Sharifi e poi ha portato avanti la battaglia civile legale per la sua liberazione.
Era la prima volta che Jackson vedeva Cazie in svantaggio. Il suo volto piccolo e vivido registrò shock, incredulità, riluttante accettazione. C’era qualcosa in Vicki Turner che intimava di crederle. Il modo di stare con i piedi leggermente divaricati, come se avesse resistito a lungo contro il vento. Oppure il modo di fare la guardia su Lizzie, che giaceva sul pavimento in un illuminato stupore provocato dei sedativi di Jackson. O forse soltanto il volto di Vicki, carico di un complesso rammarico. Non era certo l’espressione che Jackson si sarebbe aspettato.
Vicki continuò tranquillamente: — Abbiamo ancora bisogno dell’energia-Y. È l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno da voi, voi cercherete di fermarci e per questo si perdera
Lo aveva detto: l’incubo di ogni Mulo. Il timore che giaceva sotto le feste frenetiche, le orribili mode e la stupida competizione sociale per ammazzare il tempo: "Non guardatevi alle spalle. Potrebbero guadagnare terreno. Loro sono molti più di noi".
— E sai la cosa peggiore? — proseguì Vicki con la stessa voce serena come la morte. — Non riuscite nemmeno ad accorgervene. Non per stupidità, figuriamoci. Per volontaria cecità, per la quale meriterete esattamente il prezzo che finirete per pagare.
— Oh Dio, risparmiami almeno la retorica melodrammatica — ribatté Cazie. Si era ripresa dall’inaspettato attacco di Vicki. — La legge è perfettamente chiara. E tu la stai violando.
Con grande sorpresa di Jackson, Vicki sorrise. — La legge funziona soltanto quando la maggioranza le consente di farlo. Non lo sai? Certo che no. Tu sei un semplice codice binario: acceso per tuo interesse proprio, spento per quello di tutti gli altri. Perfino un bambino poteva trafugare i tuoi dati e lo ha fatto.
Cazie reagì furiosamente: — I sofismi ad hominem non sono argomentazioni.
— Tu non sei un hominem. Non sei nemmeno un sinonimo. Sei un codice ridondante nelle informazioni umane, e sei già obsoleta.
La do
All’improvviso Jackson non fu certo di riuscire a distinguere la differenza.
Cazie replicò: — Parole di sfida. Non potere. — Digitò qualcosa sull’unità mobile e un robot della sicurezza si attivò. Si sollevò dal pavimento della fabbrica imbrattato di sporcizia e si affrettò verso di loro. Un debole scintillio demarcò i margini della bolla a energia che gettò su Vicki.
— Lei sta valicando i limiti della proprietà privata della TenTech — cantilenò il robot. — Ora sarà immobilizzata in attesa di ulteriori istruzioni.
Vicki continuò a sorridere. Jackson vide il volto di Cazie rabbuiarsi.
— Sta valicando i limiti della proprietà privata della TenTech. Ora sarà…
— Spegnilo — ordinò Jackson prima ancora di rendersi conto che lo stava facendo. Le due do
— No — disse Jackson. — Volevo dire… spegnilo del tutto. Non la arrestiamo.
— Oh, sì invece — ribatté Cazie.
Jackson si sentì pervadere da una reazione violenta, un flusso di puri ormoni che non seppe etichettare. O non volle farlo. Si riversò in una singola frase e, mentre la pronunciava, lui comprese che non significava soltanto quello che dicevano le parole: — Non sei tu a gestire la TenTech.
— È esattamente quello che faccio — replicò lei.
— Chi altri se
Le sue obsolete conoscenze mediche, voleva dire. Lo stava stuzzicando di nuovo, ma quella volta senza sortire alcun effetto, il che significava che si sentiva alle corde. Cazie alle corde. All’improvviso, lui si accorse di amare quell’idea.
— Non ho alcuna intenzione di lasciare fare a te, Cazie. Dirigo io, adesso. Spegni la bolla di protezione.
Lei digitò un codice sull’unità mobile. Il robot si mosse verso l’ingresso. Vicki, ingabbiata nel campo di energia scintillante e vuoto come in uno scatolone traslucido, ve
— Cazie. Disattiva il robot.
— Prendi quella ragazzina impasticcata e ingessata, Jack. Ce ne andiamo.
— Disattivalo. Sono io il padrone della TenTech, non tu.
— Possediamo ognuno un terzo della TenTech — ribatté lei seccamente. Il robot continuò ad avanzare verso la porta, incapsulando Vicki.
— Gestisco anche il terzo di Theresa — replicò Jackson. E, di punto in bianco, allungò una mano e prese l’unità mobile di Cazie prima che lei si rendesse conto che l’avrebbe fatto, o che potesse farlo.
— Ridammela!
— No — rispose lui e la fissò con espressione decisa, vedendo avvicinarsi la tempesta. Suo malgrado, sentì il sangue ribollirgli. Dio, come era bella, la do
— Ho detto dammela. Subito.
— No — rispose Jackson sorridendo. Maledizione, non conosceva i codici, altrimenti l’avrebbe disattivato da solo. Be’, poteva sempre tirare a indovinare. O, pensiero strano, chiederlo a Lizzie. Cazie restò immobile, senza divincolarsi nella sua presa, la pelle dorata arrossita per la rabbia, gli occhi dalle pagliuzze verdi, ardenti.
Jackson non aveva mai provato un tale potere su di lei.
Cazie piegò la testa verso la mano sinistra di lui, ancora stretta sul suo avambraccio. Lui avvertì un dolore penetrante che lo sorprese a tal punto da fargli aprire le dita. C’era del sangue che vi sgorgava sopra. Lei lo aveva morso. Sotto di lui, la ragazzina sul pavimento disse qualcosa.
— Il tuo problema è questo, Jackson — disse Cazie. — Non sei mai pronto per il contrattacco.
Due lunghi tagli gli percorrevano il dorso della mano. Tagli netti, non provocati dai denti, e profondi. Cazie aveva delle lame retrattili impiantate fra i denti.
Il sangue venoso creò una pozza rosso scuro sul pavimento accanto a Lizzie, che ripeté qualcosa. Jackson non capì. Era sotto shock? No, la testa non gli girava e non provava nausea, e la ferita non era grave. Cazie era in grado di controllare la sporgenza delle lame. Il suo shock era totalmente emotivo: nessuno si comportava con coerenza.
Inclusa la ragazza sul pavimento. Lo guardava dal basso, con occhi da drogata, in un obnubilamento sorridente da sedativi, da un’improvvisa pozza d’acqua fra le gambe e ridacchiava. — Sta uscendo il bambino.