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— Vede, signor Arlen, non pensiamo che Huevos Verdes sia malvagio. Niente affatto. Sappiamo che la signorina Sharifi e i suoi amici Super-Inso
Si passò la lingua sulle labbra. Non era un gesto civettuolo: era così mortalmente seria che riuscivo a sentire il suo intero corpo asciugarsi e tendersi nello sforzo.
— Controlli ed equilibri per limitare il potere. Già. Ma "non" ci sono controlli su Huevos Verdes. Nessun limite. Nessun equilibrio, perché il resto di noi non può semplicemente fare ciò che sa
Non dissi nulla. La mortale erba carica di nutrimento frusciava.
— Non so che cosa lei stia pensando, signor Arlen. E non posso dirle io cosa pensare. Ma io… noi volevamo soltanto che lei vedesse tutti i lati della situazione, con la speranza che lei ripensasse a ciò che aveva visto e ne parlasse con Huevos Verdes. Tutto qui. Gli agenti la riportera
Le chiesi: — Che cosa succederà a questa erba?
— La distruggeremo con le radiazioni. Domani. Non verrà lasciato nemmeno un filo di DNA e neanche una traccia della documentazione relativa. È esistita così a lungo solo perché potessimo mostrarla alla signorina Sharifi o, fallendo, a lei.
Mi accompagnò nuovamente all’ascensore e io guardai il suo corpo, teso per l’infelicità e la speranza, camminare con grazia fra le strette pareti bianche.
Appena prima che si aprisse la porta dell’ascensore le dissi, o forse lo dissi a tutti e tre: — Non potete bloccare il progresso tecnologico. Lo potete rallentare, ma verrà fuori comunque.
Carmela Clemente-Rice disse: — Soltanto due bombe nucleari sono state lanciate sulla Terra come atto di aggressione in tempo di guerra. La scienza c’era ma le applicazioni sono rimaste inutilizzate. Tramite cooperazione o limitazione dovute alla paura o alla forza le applicazioni sono state fermate. — Mi tese la mano. Era umida e appiccicosa ma qualcosa di elettrico scorse dal suo tocco al mio. Gli occhi azzurro mare mi supplicarono.
Come se io avessi un reale potere su ciò che veniva fatto a Huevos Verdes.
— Addio, signor Arlen.
— Addio, dottoressa Clemente-Rice.
Gli agenti mante
Fu Jonathan Markowitz, alle cinque del mattino. Avevo dormito solo tre ore. Jonathan era perfetto. Il suo tono di voce era educato e interessato. Mi chiese cosa avessi visto e io glielo descrissi. Mi pose moltissime altre domande: avevo avvertito cambiamenti di temperatura, anche lievi, in un qualsiasi punto del corridoio? Avevo sentito un odore simile a quello della ca
Durante tutta la discussione riuscii a percepire le forme che creava nella mia mente e un’immagine: un uomo che sollevava rocce pesantissime, rocce prive di coscienza e di un grigio smorto.
Quando Jonathan stava per andarsene gli dissi brutalmente: — Avrebbero dovuto mandare Nick. Non te. Nick non si preoccupa di nasconderlo.
Jonathan mi guardò fisso. Per un minuto non disse nulla, poi sorrise stancamente. — Lo so. Ma Nick aveva da fare.
— Quando potrò vedere Miranda? Ha già lasciato Washington diretta a East Oleanta?
— Non so, Drew — rispose lui e le forme nella mia mente esplosero, macchiando di rosso la grata.
— Non sai se se n’è andata o non sai quando la potrò vedere? Perché no, Jon? Perché adesso sono infetto? Perché non sai che cosa potrebbe avermi fatto Carmela Clemente-Rice quando mi ha appoggiato le mani sulle spalle o quando io le ho stretto la mano? O perché non puoi controllare quello che sto realmente pensando del progetto?
Jonathan disse tranquillamente: — Avevo avuto l’impressione che avessi accettato di non vedere Miri. E senza grande rammarico.
Questo mi bloccò.
Jonathan proseguì: — Hai un ruolo importante, Drew. Abbiamo bisogno di te. Il computer proietta una curva che si alza a picco nel generale disfacimento sociale dovuta alla inaspettata situazione del duragem. Dobbiamo accelerare il progetto. Le equazioni di Kevorkel. La regressione dei mitocondri. L’ingegneria urbana DiLazial.
Fu lì che terminò la mia rabbia. In una manciata di parole a disposizione dei Super-Inso
Dovevo assolutamente dormire. Avevo il concerto fra meno di cinque ore. Mi rotolai sul letto ancora vestito e cercai di prendere so
Durante il tragitto verso la KingDome di Seattle, l’aeromobile si guastò.
Avevamo lasciato l’enclave e ci trovavamo sopra la città dei Vivi che, dall’alto, assomigliava a una quantità di piccole cittadine di Vivi, organizzate in quartieri che ruotavano attorno a caffè, depositi ed edifici di logge. La KingDome Senatore Gilbert Tory Bridewell aveva vent’a
L’aeromobile si impe
— Gesù Cristo — disse il pilota e cominciò a digitare codici di sovrapposizione. Non sapevo quanto potesse effettivamente fare: gli aeromobili sono robo-macchinari. Forse però lui lo sapeva. Era un Mulo.
L’aeromobile rollò e io caddi contro la portiera sinistra. La carrozzella, piegata in posizione da viaggio, mi sbatté contro. Poi si impe
Forme calde e rosso sangue mi riempirono la mente. La grata scomparve.
— Cristo, Cristo, Cristo — disse il pilota digitando freneticamente. L’aeromobile si impe
— Bene bene bene — disse il pilota con un tono di voce differente e l’aeromobile si adagiò sobbalzando sulla piattaforma di atterraggio.
Restammo lì, sani e salvi, mentre alcune persone correvano verso di noi, arrivando dalla KingDome. La grata mi riapparve nella mente. Era scomparsa quando avevo pensato di stare per morire e adesso era tornata, ancora saldamente chiusa attorno a quello che vi era nascosto dentro, qualsiasi cosa fosse.
— È stata la pidocchiosa unità gravitazionale — disse il pilota. Si girò sul sedile per fissarmi direttamente negli occhi. — Tagliano i costi dei materiali. Tagliano i costi dei robo-collaudi. Tagliano i costi della manutenzione perché quelle maledette robo-unità si rompono. Tutta la concessionaria sta andando a rotoli. Due schianti in California la settimana scorsa e la stampa è stata pagata per mantenere il silenzio. Non guiderò mai più uno di questi trabiccoli. Mi ha sentito? Mai più. — Il tutto detto con voce bassa e lamentosa.
Nella mia mente lui era una forma ripiegata, nera e schiacciata davanti alla grata color porpora.
— Signor Arlen! — gridò una do
Il suo accento del sud era forte. Sallie Edith Gardiner, congressista cadetta dello Stato di Washington, che stava pagando questo concerto per i suoi elettori Vivi. Perché una dello Stato di Washington suonava come una del Mississippi?
— Bene — dissi io. — Nessun da
— Be’, è semplicemente scioccante, ecco cos’è. Siamo veramente arrivati a tanto? Non riusciamo più nemmeno a fare un aeromobile decente? Vuole posporre di un attimo il concerto?
— No, no, sto bene — risposi. L’accento non era del Mississippi, dopotutto: era un falso Mississippi. Lei rappresentava nella mia mente tutta una serie di cerchi di lustrini dorati. Pensai improvvisamente a Carmela Clemente-Rice, pallidi e nitidi ovali.
Perché la grata che avevo nella mente era scomparsa quando avevo creduto di stare per morire?
— Be’, la verità è, signor Arlen — disse la Congressista Gardiner, mordicchiandosi il perfetto labbro inferiore — che un piccolo ritardo potrebbe essere comunque una buona idea. C’è stato un problemino con la ferrovia a gravità in arrivo da Seattle Sud. E un altro problemuccio con il sistema di robot della sicurezza. Abbiamo dei tecnici che se ne sta
— Il mio sistema è stato installato sul palco ieri — dissi — se non ne può garantire la sicurezza…
— Oh, ma "certo" che possiamo! — esclamò lei e mi accorsi che stava mentendo. Il pilota dell’aeromobile scese e si appoggiò contro la fiancata, bofonchiando sottovoce. La sua implorante preghiera si era trasformata finalmente in rabbia. La Congressista Gardiner gli lanciò un’occhiata che avrebbe fatto marcire la sintoplastica. Lei non aveva chiesto se lui fosse rimasto ferito. Era un tecnico.
— La sua magnifica strumentazione starà "benissimo" — disse la Congressista Gardiner. — E non vediamo davvero l’ora di assistere alla sua rappresentazione. Venga da questa parte, la prego.
Azionai la carrozzella per seguirla. Lei non avrebbe visto la rappresentazione. Se ne sarebbe andata appena dopo avere presentato me e riempito completamente le telecamere. I Muli se ne andavano sempre a quel punto.
Ma non andò così.
Restai seduto sulla carrozzella in un’anticamera della KingDome per due ore. Avrei potuto dormire. La gente andava e veniva e tutti mi dicevano che ogni cosa andava benone. La grata che avevo nella mente serpeggiava in lunghe e lente ondulazioni. Alla fine entrò la congressista.
— Signor Arlen, temo che ci sia una sgradevole complicazione. C’è appena stato un incidente proprio "terribile".
— Un incidente?
— È deragliato un treno a gravità che arrivava da Portland. Ci sono parecchi morti. La folla ha sentito la notizia ed è sconvolta. Naturalmente. — La voce della do