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Una notte, in un’altra vita, Eugene che era venuto prima di Rex e dopo Claude, mi chiese a che cosa mi facevano pensare gli Stati Uniti. Era il genere di domanda che Gene preferiva: invitante alla grandiosità metaforica che, a sua volta, invitava al suo disprezzo. Gli risposi che gli Stati Uniti mi erano sempre apparsi come un potente bestione i

Certo che dalla "mia" ferrovia a gravità riuscivo a vedere abbastanza della carcassa sontuosa e mutilata. Eravamo giunti alle Montagne Rocciose a un quarto di velocità, così che i passeggeri Vivi potessero goderne la spettacolare vista. Maestose montagne di porpora e tutto il resto. Nessun altro guardò fuori dal finestrino. Io ci rimasi incollata, gustando tutta l’asinina superiorità della genuina meraviglia.

A Garden City, nel Kansas, cambiai per salire su un locale, sfrecciando attraverso la rigogliosa campagna a 350 chilometri orari, strisciando attraverso schifosissimi paesi di Vivi a zero all’ora. — Perché non "volare" semplicemente a Washington? — mi aveva chiesto Colin Kowalski, incredulo. — Dopo tutto non sei tenuta a far finta di essere una Viva. — Gli avevo risposto di voler vedere i paesi dei Vivi di cui stavo difendendo l’integrità contro la potenziale corruzione della genetica artificiale. Non aveva gradito la mia risposta più di quanto non avesse fatto Gene.

Be’, adesso li stavo vedendo. La carcassa mutilata.

Ogni paese appariva uguale. Le strade si aprivano a ventaglio dalla stazione della ferrovia a gravità. Case e condomini, alcuni di pura pietra spugnosa e alcuni con la pietra spugnosa aggiunta su edifici più antichi fatti di mattoni cotti o perfino di legno. I colori della pietra spugnosa erano appariscenti: rosa, arancione, cobalto e un popolarissimo verde. L’ozio aristocratico dei Vivi non era accompagnato da un gusto altrettanto aristocratico.

Ogni paese vantava un caffè comunale della dimensione dell’hangar di un aereo, un deposito per i beni di consumo, svariati edifici di logge, un bagno pubblico, un albergo, campi sportivi, una scuola dall’aspetto deserto. Ogni cosa era ricoperta da olo-insegne. Un po’ fuori del paese, appena visibile dalla ferrovia a gravità, c’erano l’impianto a energia-Y e le robo-industrie protette, che facevano funzionare il tutto. E, ovviamente, la pista degli scooter, inevitabile come la morte.

In un qualche punto del Kansas era salita sul treno una famiglia e si era catapultata sui sedili davanti a me. Papà, mamma, tre piccoli Vivi, due dal naso moccioso, tutti con un gran bisogno di dieta e di gi

— Salve — dissi io.

Lei corrugò la fronte e dette una gomitatina al marito. Egli mi guardò, ma non corrugò la fronte. I cuccioli mi fissarono in silenzio, il maschietto, aveva circa dodici a

Colin mi aveva ammonito di non cercare nemmeno di passare per una Viva: aveva detto che non c’era alcuna possibilità che io potessi inga

— Mi chiamo Darla Jones — dissi allegramente. Avevo una tasca di sicurezza piena di vari tesserini con vari nomi, alcuni forniti dall’ECGS, altri di cui loro non sapevano nulla. È un errore lasciare che l’Ente ti fornisca completamente la copertura. Potrebbe arrivare il momento in cui ti vuoi nascondere da loro. Tutte le mie identità erano registrate nei data-base federali e sembravano avere un lungo passato, grazie a un amico di talento del quale l’ECGS non conosceva l’esistenza. — Me ne vado a Washington, io.

— Arnie Shaw — disse eccitato l’uomo. — Il treno si è già rotto?

— Nooo — risposi. — Però è probabile che lo farà.

— Che ci si può fare?

— Niente.

— Mantiene vivo l’interesse.

— Arnie — disse in modo tagliente mamma Viva interrompendo questo inconsistente excursus conversazionale — andiamo laggiù, noi. Ci sono altri sedili. — Mi lanciò un’occhiata che avrebbe incenerito la sintoplastica.

— Ma anche qui ci sono un sacco di posti, Dee.

— Arnie!

— Bye — dissi io. Si allontanarono mentre la do

Non appena lo lasciammo, la piccola Shaw tornò. Una bambinetta di circa cinque a

— Hai un bel braccialetto, tu. — Guardò languidamente l’atrocità di latta che avevo al polso, un ammasso intrecciato di una specie di lega leggera duttile come la cera calda. Un qualche votante infatuato lo aveva inviato a David, insieme agli orecchini, quando lui era candidato come senatore di Stato. Li aveva tenuti per scherzo.

Mi feci scivolare via il braccialetto dal polso. — Lo vuoi, tu?

— Davvero? — Aveva il volto radioso. Mi strappò il braccialetto dalle dita e si precipitò nuovamente lungo il corridoio, con la coda della camicia azzurra che si agitava. Io sogghignai. Un vero peccato che i micini crescendo diventavano inevitabilmente gatti.

Un minuto dopo mamma Viva si profilò all’orizzonte. — Tieniti il tuo braccialetto, tu. Desdemona, lei, ha i suoi gioielli!

Desdemona. Ma dove sentivano quei nomi? Shakespeare non viene recitato sulle piste degli scooter.

La do

— Sì, signora — le dissi e mi tolsi le lenti. I miei occhi sono di un intenso viola modificato geneticamente. La fissai con calma, le mani ripiegate in grembo.

Lei se ne andò camminando come una papera, bofonchiando. Colsi le sue parole: — Quella gente…

— Se scoprirò di non poter passare per una Viva — avevo detto a Colin — passerò per un Mulo semi-impazzito che cerca di passare per Vivo. Non sarei certo il primo Mulo che vuole tornare alla natura. Hai presente il tipo della classe lavoratrice che cerca pateticamente di passare per un aristocratico. Nascondersi in bella vista.

Colin aveva alzato le spalle. Avevo pensato che si fosse già rammaricato di avermi reclutata, ma mi ero quindi resa conto che lui sperava che le mie buffonate avrebbero distolto l’attenzione dei veri agenti dell’ECGS che si stavano indubbiamente recando a Washington. Il Foro Federale per la Scienza e la Tecnologia, conosciuto altrimenti come Tribunale Scientifico, stava per esaminare la richiesta di brevetto n. 1892-A. Ciò che rendeva tale richiesta di brevetto diversa da quelle che andavano dal numero 1 al 1891 era che questa veniva inoltrata dalla Impresa di Huevos Verdes. Per la prima volta da dieci a

E se qualcuno lo avesse fatto, sarei stata in grado di tenerlo o tenerla sotto sorveglianza?

Guardai fuori dal finestrino del treno i campi curati dai robot. Grano o forse soia, non ero sicura di che aspetto avesse nessuno dei due, che cresceva. Dieci minuti dopo Desdemona tornò. Il suo viso fece capolino fra le mie gambe allungate: era strisciata lungo il pavimento, sotto i sedili, attraverso la sporcizia, il cibo caduto e i rifiuti. Desdemona sollevò il piccolo busto fra le mie gambe, tenendosi in equilibrio con una mano appiccicosa sul mio sedile. L’altra mano schizzò in avanti e si chiuse sul mio braccialetto.

Io lo slacciai e glielo diedi nuovamente. La parte anteriore della sua tuta azzurra era sudicia. — Non c’è nessun robot-pulitore su questo treno?

Lei afferrò stretto il braccialetto e sogghignò. — È morto, quello.

Mi misi a ridere. Un istante dopo il treno a gravità si ruppe.

Io ve

— Maledizione! — gridò il padre di Desdemona. — Non un’altra volta!

— Non possiamo prenderci un gelato, noi? — piagnucolò un bambino. — Adesso siamo fermi!

— La terza volta questa settimana! Fottuto treno di Muli!

— Non ci date mai un gelato!

Apparentemente i treni non deragliavano. Apparentemente non sarei morta. Apparentemente quei macchinari stridenti erano routine. Seguii tutti gli altri fuori dal treno.

In un altro mondo.

Un vento febbrile soffiava attraverso i chilometri di prateria: caldo, sussurrante, intossicante. Mi ve

Seguii invece i Vivi mugugnanti lungo i binari verso la parte anteriore del treno. Si raggrupparono attorno alla olo-proiezione di un tecnico, anche se mi ero accorta che il suo discorso inscatolato veniva diffuso in ogni carrozza. L’ologramma stava "in piedi" sull’erba e sembrava imponente e autoritario. Il proprietario della concessione era mio amico: credeva che i maschi di un metro e novantacinque dalla pelle scura fossero la proiezione ideale per favorire l’ordine.

"Non c’è alcun bisogno di allarmarsi Questo è un guasto temporaneo. Siete pregati di tornare alla sicurezza e alle comodità della vostra carrozza e fra qualche istante vi verra