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Dirk a

«Impril e Ferrogiada, be’ quasi la stessa cosa, sa? Ricerche sull’interazione ecologica di Worlorn. Non sono mai state fatte a dovere durante il periodo del festival, dato che i mondi esterni non erano granché preparati sui problemi ecologici, nessuno. Una scienza dimenticata nel di, come si dice presso gli Emereli. Ecco in cosa consiste il progetto. Gwen ed io ci conoscevamo già da prima, così ci siamo detti, bene siamo qui per la stessa ragione, allora sarà meglio lavorare insieme ed apprendere tutto ciò che c’è da apprendere».

«Mi pare giusto», disse Dirk. Per il momento il progetto non lo interessava più che tanto; avrebbe voluto poter parlare con Gwen. La guardò. «Mi dirai tutto più tardi. Quando parleremo. Suppongo che tu mi voglia dire qualcosa».

Gwen lo guardò in modo strano. «Sì, naturalmente. Dobbiamo parlare di un sacco di cose».

Dirk raccolse la sua valigia. «Dove si va?» chiese. «Vorrei fare un bagno e mangiare qualcosa».

Gwen scambiò uno sguardo con Ruark. «Arkin ed io stavamo appunto parlando di questo. Ti sistemerà lui. Stiamo nella stessa casa. Solo a qualche piano di distanza».

Ruark a

«Ah», disse Dirk. «Però pensavo che avrei potuto stare con te, Gwen».

Lei non fu in grado di guardarlo per qualche istante. Guardava Ruark, poi guardò per terra, il nero cielo notturno, quindi fissò lo sguardo su di lui. «Forse», disse, senza più sorridere adesso, con tono di voce misurato. «Ma non subito. Non penso che sarebbe la cosa migliore. Ma andremo a casa. Abbiamo l’auto».

«Da questa parte», interve

Camminarono ben poco. Quando Dirk vide l’auto ne fu molto sorpreso. Aveva visto un mucchio di aerauto durante i suoi viaggi, ma nessuna come questa; gigantesca e grigia come il ferro, con ali triangolari e curve che parevano muscoli. Pareva una cosa viva, come una grande manta aerea costruita di metallo. Tra le ali era stata ricavata una piccola cabina con quattro posti e sotto la punta delle ali si vedevano luccicare delle barre dall’aspetto sinistro.

Dirk fissò Gwen e indicò gli apparati. «Non sono laser?».

La do

«Cosa accidenti è?», chiese Dirk. «Si direbbe una macchina da guerra. C’è pericolo di essere assaliti dagli Hrangani? Non ho più visto una cosa del genere dalla mia ultima visita ai musei di Avalon».

Gwen rise, gli prese la valigia e la gettò sul sedile posteriore. «Sali, su», gli disse. «Si tratta di un’aerauto perfettamente funzionante costruita su Alto Kavalaan. È solo da poco che ha

Gwen salì a bordo e si pose dietro alla barra di guida e Ruark la seguì un po’ goffamente, scavalcando un’ala per passare dietro. Dirk non si mosse. «Ma ha i laser!», insistette.

Gwen sospirò. «Non sono collegati e non lo sono mai stati. Tutte le auto costruite su Alto Kavalaan ha

Dirk girò attorno all’auto e si issò accanto a Gwen ma aveva il viso cadaverico. «Che cosa?».

«Si tratta delle quattro coalizioni di granlega di Kavalar», lei gli spiegò. «Devi immaginarle come delle piccole nazioni, oppure delle grandi famiglie. Sono un po’ tutte e due le cose».

«Ma perché i laser?».

«Alto Kavalaan è un pianeta violento», rispose Gwen.

Ruark fece una risatina secca. «Ah, Gwen», disse. «Questo è essenzialmente falso, essenzialmente!».

«Falso?» scattò lei.

«Sì», disse Ruark. «Sì, essenzialmente, perché ciò che dici è quasi la verità, ma una mezza verità, non tutta ed è peggio di una bugia completa».

Dirk si voltò sul suo sedile per fissare il Kimdissi paffuto e biondo. «Che?».

«Alto Kavalaan era un pianeta violento, vero. Ma ora, per la verità, i violenti sono i Kavalari. Si tratta di gente ostile, tutti quanti, spesso sono xenofobi, razzisti. Orgogliosi e gelosi. Con tutte le loro storie di granguerre ed il loro codice duellesco, sì, è proprio per quella ragione che le auto dei Kavalari ha

«Arkin!», sibilò Gwen tra i denti e Dirk sobbalzò nel sentire la malevolenza del suo tono. Improvvisamente lei trasse la griglia gravitazionale, toccò la barra e l’apparecchio scattò in avanti e lasciò il suolo con un gemito di protesta, sollevandosi velocemente. Il porto sotto di loro era tutto illuminato nel punto in cui si ergeva il Tremito dei Nemici Dimenticati tra le altre navi più piccole, ma in tutti gli altri punti era tenebroso. Tutto attorno c’erano tenebre, fino all’invisibile orizzonte, dove la terra nera si mescolava con il cielo ancor più nero. La notte era illuminata soltanto da una sottilissima polvere stellare. Questo era il Margine, da una parte lo spazio intergalattico e dall’altra la polverosa cortina del Velo Tentatore. Quel mondo pareva immerso in una solitudine peggiore di quella che Dirk aveva immaginato.

Ruark se ne era stato zitto, borbottando appena ed un silenzio pesante si era posato sull’aerauto per un lungo momento.

«Arkin viene da Kimdiss», disse alla fine Gwen e fece una risatina stentata. Dirk si ricordava dei suoi modi troppo bene per lasciarsi trarre in inga

«Non capisco», disse Dirk, che si sentiva assai sciocco, poiché tutti pensavano che la spiegazione avrebbe dovuto essere sufficiente.

«Lei non è un abitante dei mondi esterni», disse Ruark. «Avalon, Baldur, qualsiasi sia il suo mondo non ha importanza. Voi che abitate dall’altra parte del Velo non potete conoscere i Kavalari».

«Oppure i Kimdissi», disse Gwen, un po’ più calma.

Ruark grugnì. «Un sarcasmo», disse a Dirk. «I Kimdissi ed i Kavalari, be’, non andiamo troppo d’accordo, capisce? Per cui Gwen le sta dicendo che i miei sono tutti pregiudizi e perciò lei non mi deve credere».

«Sì, Arkin», disse la do

Dirk rise. «È abbastanza suggestivo», disse, «ed anche vero. Anche se in questi ultimi a

«Ah», disse forte Ruark. «Non si lavora per l’Unione Ferrogiada, Dirk. No, ci si appartiene, capito… ci sono solo due possibilifà. Se non si è dei Ferrogiada, non si lavora per i Ferrogiada!».

«Sì», disse Gwen e la sua voce era di nuovo tagliente. «Ed io sono dei Ferrogiada. Vorrei che tu te ne ricordassi, Arkin. Ci sono delle volte in cui cominci ad a

«Gwen, Gwen», disse Ruark che pareva molto agitato. «Tu sei un’amica, una cara compagna, davvero. Abbiamo affrontato grandi problemi noi due. Non ti potrei mai offendere, mai. Comunque tu non sei una Kavalar, non lo sarai mai. Per prima cosa sei troppo do

«No? Dici di no? Io porto il vincolo di giada-e-argento, però». Voltò gli occhi verso Dirk ed abbassò la voce. «Per Jaan», disse lei. «In verità quest’auto è sua ed è per questo che io la uso, tanto per rispondere alla tua precedente domanda. Per Jaan».

Silenzio. L’unico rumore era quello del vento che si muoveva attorno a loro mentre essi precipitavano nelle tenebre; il vento che lanciava in alto i lunghi capelli di Gwen ed i riccioli di Dirk. Le sue folate colpivano come lame i sottili abiti di foggia Braque. Dirk si chiese perché l’aerauto non avesse una cupola a bolla, ma soltanto un piccolo parabrezza che risultava quasi inutile. Poi si strinse strettamente le braccia contro il corpo e scivolò in basso sul sedile. «Jaan?» chiese piano. Era una domanda. La risposta sarebbe arrivata e lui ne aveva paura, solo a sentire il modo in cui Gwen ne aveva detto il nome, come se fosse una sfida.

«Lui non lo sa», disse Ruark.

Gwen sospirò e Dirk vide che era tutta tesa. «Mi dispiace, Dirk. Pensavo che avresti dovuto sapere. È passato tanto tempo. Pensavo, be’, era uno di quelli che abbiamo conosciuto su Avalon. A suo tempo te ne ho parlato di sicuro».

«Non ho mai più visto nessuno», disse Dirk con circospezione. «Di quelli che abbiamo visto insieme. Sai. Io viaggio parecchio. Braque, Prometeo, Mondo di Jamison». La sua voce aveva un suono vuoto ed inutile alle sue stesse orecchie. Fece una pausa ed inghiotti. «Chi è Jaan?».

«Jaantony Riv Lupo alto-Ferrogiada Vikary», disse Ruark.

«Jaan è mio…». Lei esitò. «Non è facile da spiegare. Io sono la betheyn di Jaan, cro-betheyn con il suo teyn Garse». Alzò gli occhi, un’occhiata breve al di là degli strumenti dell’aerauto, poi guardò di nuovo avanti. Non c’era ce

«Marito», lei disse allora, alzando le spalle. «Mi dispiace Dirk. Non è proprio così, ma è il modo più semplice per esprimere il concetto con una parola sola. Jaan è mio marito».

Dirk si raggomitolò sul suo sedile con le braccia incrociate e non disse niente. Aveva freddo e stava male e si chiedeva perché mai fosse lì. Gli ve

Dato che lui era rimasto zitto per troppo tempo, Gwen gli lanciò un’altra occhiata. «Mi dispiace», ripeté. «Dirk. Davvero. Non avresti mai dovuto venire».

E lui pensò, ha ragione.