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Miles schivò, sopraffatto dall'attacco verbale e da un'improvvisa comprensione. Da

Delle mani lo afferrarono e lui si contorse in maniera spasmodica, scalciando, ma riuscì a spezzare soltanto in parte la presa che lo tratteneva; al suo fianco, Suegar si voltò di scatto e prese a colpire con pugni e calci, urlando come un indemoniato. Suegar aveva le braccia lunghe, ma non era abbastanza massiccio, mentre Miles era carente tanto nella lunghezza di braccia quanto nel peso; nonostante il suo fisico sparuto, comunque, Suegar riuscì per un momento a infrangere la presa che l'assalitore aveva stretto intorno a Miles.

Poi il braccio sinistro di Suegar ve

– Ehi, Suegar – beffò l'assalitore, saltellando all'indietro, – guarda cos'ho preso!

Suegar girò la testa di scatto, dimenticando di colpo la determinazione con cui fino a quel momento aveva cercato di difendere Miles, e nel vedere l'uomo che tirava fuori il malconcio pezzo di carta dalla sua protezione di stoffa e lo agitava nell'aria si gettò in avanti con un urlo soffocato, venendosi però a trovare bloccato da altri due corpi. L'uomo strappò il foglio di carta in due ed esitò per un momento come se non sapesse come liberarsi dei frammenti… poi sogghignò improvvisamente e s'infilò i due pezzi in bocca, mettendosi a masticare. Suegar urlò.

– Da

Immediatamente sentì le ossa che gli si rompevano fino al polso: era così da

Urlando e singhiozzando, Suegar stava cercando di arrivare all'uomo che era ancora intento a masticare il pezzo di carta, ma adesso il suo attacco aveva perso ogni scientificità e lui si agitava come un ossesso. Miles lo vide cadere al suolo, poi la sua attenzione fu interamente reclamata dalle spire della corda che gli si stava avvolgendo intorno al collo come un'anaconda. Riuscì a infilare una mano fra la corda e il proprio collo, ma si trattava di quella fratturata ed elettriche fitte di dolore gli salirono lungo il braccio e diedero l'impressione di affondargli sotto la pelle all'altezza della spalla. La pressione nella sua testa andò crescendo fino a quando gli parve che stesse per esplodere; macchie color porpora scuro punteggiate di giallo presero ad offuscargli la vista come nembi di tempesta, poi una chiazza di capelli rossi saettò davanti al suo campo visivo sempre più ristretto…

Un momento più tardi Miles si ritrovò steso al suolo, con il sangue che tornava a fluire meravigliosamente nel suo cervello affamato di ossigeno, e per un momento rimase passivo dove si trovava senza curarsi di niente altro: sarebbe stato così bello non doversi rialzare…

Quella da

Miles strisciò fino a raggiungerlo e vide che era raggomitolato su se stesso con le braccia strette intorno allo stomaco: il suo volto era verdastro e madido di sudore gelido, mentre tremiti incontrollati gli correvano lungo il corpo. Era evidente che era in stato di shock, e in questi casi il paziente doveva essere tenuto al caldo e gli doveva essere somministrata della synergina… lì però non c'era synergina. Goffamente, Miles si sfilò la tunica e la stese addosso all'amico.

– Suegar? Stai bene? Beatrice ha messo in fuga quei barbari…

Suegar sollevò lo sguardo e gli rivolse un fugace sorriso che fu però quasi immediatamente riassorbito e soffocato dal dolore.

Qualche tempo dopo Beatrice tornò indietro, arruffata e con il respiro affa

– Voi due svitati – commentò, squadrandoli spassionatamente, – non avete bisogno di una guardia del corpo ma di un da

Si lasciò quindi cadere in ginocchio accanto a Miles e fissò per un momento Suegar con le labbra serrate in una sottile linea bianca; quando infine spostò lo sguardo su Miles, i suoi occhi si erano fatti cupi e aggrondati.

Ho cambiato idea, pensò Miles, non cominciare a interessarti a me, Beatrice, non interessarti a nessuno, perché otterrai soltanto di soffrire, ancora, ancora e ancora…

– È meglio che torniate al mio gruppo – suggerì infine la ragazza.

– Non credo che Suegar possa camminare.

Beatrice si procurò qualche robusto volontario e ben presto Suegar ve

– Trovategli un dottore – chiese Miles.

Di lì a poco Beatrice fu di ritorno trascinando per un braccio una do

– Probabilmente ha delle lesioni all'addome – ringhiò la dottoressa. – Se avessi un visore diagnostico potrei dirti con esattezza di che lesioni si tratta… ma tu hai un visore diagnostico? Ha bisogno di synergina e di plasma… tu ne hai? Se avessi una sala operatoria potrei operarlo, rimettere insieme i suoi pezzi e accelerare la sua guarigione con l'elettrostimolante… lo rimetterei in piedi in tre giorni. Tu hai una sala operatoria? Non credo.

«E smettila di guardarmi in quel modo. Credevo di essere una risanatrice e ci è voluto questo posto per farmi capire che non ero altro che un'interfaccia fra la tecnologia e il paziente. Adesso che la tecnologia mi è stata sottratta, io non sono nulla.

– Ma cosa possiamo fare? – chiese Miles.

– Copritelo e tenetelo caldo. Fra qualche giorno migliorerà o morirà, a seconda del tipo di lesioni che ha riportato. Tutto qui.

La do

– Io credo che morirà – aggiunse infine.

– Lo credo anch'io – replicò Miles.

– Allora perché mi hai fatta cercare? – ritorse la do

Più tardi la dottoressa tornò con un'altra stuoia e un paio di ulteriori indumenti che avvolse intorno a Suegar per isolarlo meglio prima di allontanarsi di nuovo.

Più tardi Tris ve

– Abbiamo preso quei tizi che ha

– Lasciateli andare – rispose stancamente Miles. – Non sono loro il nemico.

– Un accidente se non lo sono!

– Non sono i miei nemici, comunque. Si è trattato soltanto di un caso di errore d'identità: io non sono che un viandante impotente di passaggio da queste parti.

– Svegliati, ometto. Si dà il caso che io non condivida la fede di Oliver nel tuo «miracolo». Tu non sei di passaggio, qui… questa è la tua ultima fermata.

– Comincio a pensare che tu abbia ragione – sospirò Miles, lanciando un'occhiata a Suegar, il cui respiro era troppo rapido e troppo poco profondo. – Ormai è quasi certo che tu abbia ragione. Tuttavia… lasciali andare.

– Perché? – protestò Tris, indignata.

– Perché lo dico io, perché te lo chiedo. Vuoi che implori per loro?

– No! D'accordo! – sbottò la do

Trascorse un tempo imprecisato. Suegar giaceva su un fianco senza parlare, anche se di tanto in tanto i suoi occhi si aprivano per guardarsi intorno con sguardo opaco. Miles gli umettò le labbra a intervalli regolari e non si allontanò da lui neppure per la distribuzione del cibo, che giunse e passò senza la sua partecipazione; ad operazione ultimata Beatrice gli passò vicino e lasciò cadere accanto a loro due barre nutritive, fissandoli per un momento con uno sguardo accuratamente improntato a dura disapprovazione prima di allontanarsi di nuovo.

Sorreggendosi con cautela la mano ferita, Miles rimase seduto a gambe incrociate, impegnato a revisionare mentalmente il catalogo di errori che lo aveva portato a quella situazione, a contemplare la sua apparente genialità nel far finire uccisi i suoi amici. Aveva la premonizione che la morte di Suegar sarebbe stata quasi altrettanto sgradevole quanto quella del Sergente Bothari, sei a

Si distese sulla schiena e fissò la cupola, quel bianco occhio fisso di un dio morto. Aveva altri amici che avrebbero potuto già essere morti in questa folle e megalomaniaca impresa… sarebbe stato tipico dei Cetagandani lasciarlo rinchiuso lì dentro fino a quando il dubbio e il timore non fossero gradualmente cresciuti fino a farlo impazzire.

A farlo impazzire in fretta… l'occhio del dio aveva appena ammiccato.

Miles sbatté a sua volta le palpebre per reazione nervosa, poi sgranò gli occhi e fissò la cupola come se il suo sguardo potesse trapassarla. Aveva realmente ammiccato? Oppure quel tremolio era stato un'allucinazione? Stava davvero perdendo il se

La cupola tremolò ancora e Miles balzò in piedi, traendo una rapida successione di profondi respiri.

Poi la cupola scomparve. Per un breve istante la notte planetaria gli si riversò intorno, fatta di nebbia, di pioggia sottile e di un vento freddo e umido. L'aria non filtrata puzzava di uova marce e l'oscurità a cui lui non era abituato era accecante.

– DISTRIBUZIONE DEL CIBO! – urlò, con quanto fiato aveva in gola.