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Pensavo che non credessi più nella divisione fra buoni e cattivi, si rimproverò. Era venuto qui con la convinzione di aver ormai cauterizzato le proprie emozioni a titolo di autoprotezione, ma adesso cominciava a sentire l'imparzialità coltivata con tanta cura che iniziava a dissolversi, cominciava ad odiare quella cupola in maniera veramente intima e personale: esteticamente elegante, in essa la forma era unita alla funzione con la stessa perfezione ritrovabile in un guscio d'uovo… una meraviglia della fisica trasformata in uno strumento di tortura.
Una tortura sottile… Miles ripensò alle regole stabilite dalla Commissione di Giustizia Interstellare per il trattamento dei prigionieri di guerra, regole che lo stesso Cetaganda aveva firmato. Un determinato numero di metri quadrati di spazio per persona… sì, questo era stato di certo fornito nel campo; nessun prigioniero doveva restare isolato per un periodo di tempo superiore alle ventiquattr'ore… qui non si poteva trovare solitudine di sorta tra
Ed aveva visto cosa i Cetagandani erano capaci di fare con la distribuzione delle due barre a testa al giorno: quella lotta per accaparrarsi il cibo era un tocco particolarmente elegante, si disse, perché nessuno poteva evitare di parteciparvi… nel formulare quella riflessione si massaggiò lo stomaco vuoto e brontolante. Era possibile che il nemico avesse scatenato di proposito le prime lotte inviando un numero di barre inferiore a quello necessario, ma forse non lo aveva fatto… la prima persona che aveva afferrato due barre anziché una ne aveva lasciata un'altra senza cibo, e quella persona la volta successiva ne aveva probabilmente prese due o tre per compensare, creando una rapida reazione a catena. Quella manovra aveva infranto la speranza e l'ordine, aveva messo gruppo contro gruppo e persona contro persona in una lotta continua che si ripeteva due volte al giorno e che ricordava a tutti la loro impotenza e la loro degradazione. Nessuno poteva infatti permettersi di tenersi a lungo fuori della mischia a meno che desiderasse morire di fame.
Niente lavori forzati, continuò ad enumerare… un momento, i lavori forzati avrebbero richiesto l'imposizione dell'ordine. Libero accesso ai servizi del personale medico… i medici delle svariate unità dovevano essere qui da qualche parte; Miles ripassò mentalmente la stesura di quel particolare paragrafo del regolamento… in esso si parlava di personale… non di medicinali ma soltanto di personale medico: medici e tecnici medici a mani vuote, rifletté ritraendo le labbra in un sorriso privo di divertimento.
Un'accurata lista dei prigionieri era stata stilata e debitamente trasmessa come richiesto, ma non c'erano state altre comunicazioni…
Comunicazioni. Questa mancanza di informazioni dal mondo esterno avrebbe potuto farlo impazzire entro breve tempo… era peggio che pregare e parlare con un Dio che non rispondeva mai, e non c'era da meravigliarsi che qui tutti sembrassero toccati da una sorta di schizofrenia solipsistica. I loro dubbi cominciavano a contagiarlo: c'era ancora qualcuno là fuori? La sua voce veniva davvero sentita, le sue parole comprese?
Ci voleva la fede cieca, il balzo intuitivo della fede.
– Questo – scandì con chiarezza, serrando la mano destra come per schiacciare un guscio d'uovo, – richiede un drastico cambiamento dei piani.
E si costrinse ad alzarsi in piedi per andare a cercare Suegar.
Lo trovò non molto lontano, accoccolato nella polvere senza far nulla.
– Oliver ti ha portato da tuo… tuo cugino? – chiese Suegar, sollevando lo sguardo con un breve sorriso.
– Sì, ma sono arrivato troppo tardi: sta morendo.
– Già… temevo che potesse essere così. Mi dispiace.
– Anche a me – rispose Miles, poi si lasciò distrarre per un momento dai suoi scopi a causa di una curiosità di natura pratica. – Suegar, che ne fa
– Laggiù lungo un fianco della cupola c'è una specie di mucchio di sassi: la cupola li emette e li risucchia di tanto in tanto proprio come fa con il cibo e i nuovi prigionieri. Di solito quando un cadavere si gonfia e comincia a puzzare qualcuno lo trascina laggiù. A volte lo faccio io stesso.
– Suppongo che non ci sia nessuna possibilità di nascondersi in mezzo al mucchio di sassi.
– Vengono inceneriti con un'emissione di microonde prima di essere espulsi.
– Ah, capisco. – Miles trasse un profondo respiro e iniziò la sua manovra: – Suegar, ho avuto l'illuminazione: io sono l'altro Uno.
– Lo avevo immaginato – a
Miles si arrestò, sconcertato: possibile che la reazione fosse tutta lì? Si era aspettato qualcosa di più energico, sia che fosse un assenso o un rifiuto.
– L'illuminazione mi è giunta con una visione – riprese poi, seguendo il copione prefissato.
– Davvero? – chiese Suegar, la cui attenzione si accentuò in maniera gratificante, poi aggiunse con invidia: – Io non ho mai avuto una visione, ho dovuto dedurre ogni cosa dal contesto. Com'è? Una specie di trance?
Da
– No – rispose Miles, facendo leggermente marcia indietro, – è come un pensiero, soltanto molto più dominante: ti pervade, ti brucia come un desiderio che non si può soddisfare. Non è come una trance perché ti sospinge verso l'esterno e non dentro te stesso. – A questo punto esitò, sgomento per la consapevolezza che le sue affermazioni erano state più vere di quanto fosse stata sua intenzione.
– Oh, bene – dichiarò Suegar, che appariva ora immensamente incoraggiato. – Per un secondo ho temuto che potessi essere uno di quei tizi che si mettono a parlare con gente che nessun altro può vedere.
Miles guardò involontariamente verso l'alto, poi riportò lo sguardo sul suo interlocutore.
– Dunque – stava proseguendo questi, il cui sguardo appariva ora più a fuoco e più intenso, – le visioni sono fatte così. È una sensazione che ho avuto anch'io.
– E non l'hai riconosciuta? – domandò Miles, in tono blando.
– Non per quello che era… essere scelto in questo modo non è una cosa comoda e ho cercato di sottrarmi ad essa per molto tempo, ma Dio ha il suo modo di trattare con chi tenta di evitare il reclutamento.
– Sei troppo modesto, Suegar: hai creduto nelle scritture ma non in te stesso. Non sai che quando ci viene dato un compito ci viene dato anche il potere per portarlo a termine?
– Sapevo che era un compito per due persone, proprio come affermano le scritture – sospirò Suegar, soddisfatto.
– Giusto, e adesso siamo in due… ma dobbiamo essere di più quindi penso che faremo bene a cominciare con i tuoi amici.
– Non ci vorrà molto tempo – commentò Suegar, in tono asciutto. – Devo dedurre che hai già in mente la seconda mossa da fare?
– A quel punto cominceremo con i tuoi nemici, o con chi conosci appena, cominceremo con il primo da
E nel proferire quelle parole levò una sentita preghiera dal profondo del cuore.
– D'accordo – proseguì poi, issando Suegar in piedi, – andiamo a predicare ai non convertiti.
– Una volta – rise Suegar, – avevo un comandante che era solito dire «andiamo a prendere a calci qualcuno» con un tono di voce identico al tuo.
– Ci sarà da fare anche questo – conve
– Un impiegato, eh? – fece Suegar, fissandolo da sotto le sopracciglia inarcate e accarezzandosi il ciuffo di barba superstite.
– Esatto.
– Sì, signore.
Cominciarono con Oliver.
– Posso entrare nel tuo ufficio? – chiese Miles, acce
Oliver si massaggiò il naso con il dorso di una mano e sbuffò.
– Lascia che ti dia un consiglio, ragazzo: qui non riuscirai a farti una posizione come comico, perché ogni possibile battuta è già stata sfruttata fino all'osso, perfino quelle macabre.
– Molto bene – replicò Miles, sedendo a gambe incrociate accanto alla stuoia di Oliver ma non troppo vicino ad essa, mentre Suegar si teneva accoccolato alle sue spalle, pronto a scattare all'indietro se fosse risultato necessario. – Allora verrò subito al dunque. Non mi piace come vengono condotte le cose qui.
Oliver contorse la bocca in una smorfia sardonica ma non fece commenti, perché non ce n'era bisogno.
– Quindi ho intenzione di cambiarle – aggiunse Miles.
– Merda – scandì Oliver, girando il volto dall'altra parte.
– A partire da adesso e da qui.
– Vattene, se non vuoi che ti pesti – aggiunse Oliver, dopo un momento di silenzio.
Suegar acce
– Lui era nei Commandos – sussurrò Suegar, in tono preoccupato, – e ti potrebbe spezzare in due.
– I nove decimi delle persone presenti in questo campo potrebbero farlo, incluse le ragazze – replicò Miles, in tono altrettanto sommesso. – Non è una considerazione d'importanza significativa.
Si protese quindi in avanti e afferrò Oliver per il mento, costringendolo a girare la faccia verso di lui, una tattica pericolosa che indusse Suegar a trattenere il respiro con un sibilo.
– Sergente, c'è una cosa da dire in merito al cinismo, e cioè che è la posizione morale più passiva dell'universo. Estremamente comoda: se non si può fare nulla, allora non si è una sorta di verme se si resta inattivi e si può rimanere sdraiati in pace con la coscienza tranquilla.
Oliver allontanò di scatto la sua mano ma non distolse di nuovo il volto né lo sguardo in cui ora ardeva l'ira.
– È stato Suegar a dirti che ero un sergente? – sibilò.
– No, è scritto sulla tua fronte con lettere di fuoco. Ascoltami, Oliver…
Oliver si sollevò quanto gli era possibile continuando a tenere le nocche puntellate sulla stuoia e Suegar sussultò, senza però darsi alla fuga.
– Ascoltami tu, mutante – ringhiò il commando. – Abbiamo già fatto tutto. Abbiamo effettuato esercitazioni, organizzato giochi, fatto esercizi e docce fredde… tra