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LIBRO SECONDO
10
Il fuoco si era spento. Kivrin poteva ancora sentire odore di fumo nella stanza, ma sapeva che proveniva da un fuoco che ardeva in un focolare da qualche parte… il che non doveva meravigliare perché i camini erano stati introdotti in Inghilterra sul finire del quattordicesimo secolo, e adesso erano soltanto nel 1320. Non appena ebbe formulato quel pensiero acquistò consapevolezza anche di tutto il resto: era nel 1320 ed era stata malata, aveva avuto la febbre.
Per un po' non cercò di spingere oltre le proprie riflessioni perché era piacevole starsene sdraiata a riposare. Si sentiva spossata come se avesse subito una terribile prova che le aveva prosciugato le forze… ricordava di aver creduto che la volessero bruciare sul rogo e di aver lottato contro chi l'assisteva e contro le fiamme che salivano a lambirle le mani e a incendiarle i capelli.
Mi ha
— Non hai nulla da temere — aveva detto il prete. — Stai soltanto tornando a casa.
Requiescat in pace, pensò… e si addormentò.
Quando si svegliò la stanza era buia e una campana stava suonando molto lontano. Ebbe l'impressione che i rintocchi stessero echeggiando da molto tempo, come aveva fatto quella campana isolata quando lei era arrivata nella radura, ma dopo un minuto una seconda serie di rintocchi si unì alla prima, così vicina da sembrare appena fuori della finestra e così forte da soffocare lo scampanio sempre più generale. Il mattutino, si disse Kivrin, ed ebbe l'impressione di ricordare di aver già sentito le campane suonare in quel modo irregolare e un po' stonato che si accompagnava al battito del suo cuore… però era impossibile.
Doveva aver sognato, come aveva sognato che volevano bruciarla sul rogo, che le avevano tagliato i capelli e che la gente parlava una lingua per lei incomprensibile.
La campana più vicina smise di suonare mentre le altre continuarono per un po', come se fossero contente di farsi sentire… e Kivrin si trovò a rammentare anche questo. Da quanto tempo si trovava lì? Era stata notte e adesso era mattina. Anche se le sembrava che si fosse trattato di una sola notte, ricordava i volti che si erano chinati su di lei: quando la do
Fu assalita da un'improvvisa fitta di panico e si chiese da quanto tempo si trovasse lì. Possibile che fosse rimasta malata per settimane e avesse saltato il recupero? Questo però era impossibile perché nessuno restava in preda al delirio per settimane, neppure a causa della febbre tifoidea, e lei non poteva avere la febbre tifoidea perché era stata vaccinata.
La stanza era fredda, come se il fuoco si fosse spento durante la notte. Cercò a tentoni le coltri e subito un paio di mani emersero dal buio per assestarle qualcosa di morbido intorno alle spalle.
— Grazie — disse Kivrin, e si riaddormentò.
Fu svegliata di nuovo dal freddo ed ebbe l'impresisone di aver dormito per pochi momenti anche se adesso nella stanza c'era un po' di luce che penetrava da una stretta finestra incastonata nella parete di pietra. Le imposte erano state spalancate e questo serviva soltanto ad aumentare il freddo.
Una do
Quella do
La do
La do
E quello era un luogo di una certa importanza. Forse non era un castello perché la parete a cui era addossato il letto non era di pietra bensì di legno grezzo, ma molto probabilmente era la residenza di campagna di un nobile di un certo rango, un barone minore o magari anche qualcuno di posizione ancora più elevata. Il letto su cui lei era distesa non era un semplice pagliericcio ma un vero letto, con un'intelaiatura di legno sollevata da terra e tendaggi e rigide lenzuola di lino, e le coltri erano di pelliccia, mentre il sedile di pietra sotto la finestra era coperto da cuscini ricamati.
La do
La do
Olio, pensò Kivrin. No, cera, si corresse subito. Il lino incerato veniva comunemente usato al posto del vetro per chiudere le finestre, ma si supponeva che nel quattordicesimo secolo il vetro fosse ormai diffuso nelle dimore nobiliari e che i nobili si portassero dietro i vetri delle finestre insieme al resto del mobilio quando si spostavano da una casa all'altra.
Devo ricordarmi di registrare il fatto che alcune case nobiliari di campagna non avevano i vetri alle finestre, pensò Kivrin, sollevando le mani e unendole… però lo sforzo di tenerle sollevate era eccessivo e dovette lasciarle ricadere sulle coltri.
La do
Devo essere in condizioni migliori, rifletté Kivrin, e lei è rimasta al mio capezzale per tutto il tempo che sono stata malata.
Di nuovo si chiese quanto tempo fosse passato e decise che doveva scoprirlo, così come doveva ritrovare il sito della transizione.
Non poteva essere molto lontano, e se questo era il villaggio dove aveva avuto intenzione di dirigersi il sito distava appena un paio di chilometri. Cercò di ricordare quanto tempo avessero impiegato ad arrivare al villaggio, tempo che a lei era parso molto lungo. Il bandito l'aveva messa su un cavallo bianco che aveva i finimenti decorati da campanelli… soltanto che non si trattava di un bandito ma di un giovane dall'aspetto gentile e dai capelli rossi.
«Qual è il nome di questo villaggio in cui mi avete portata?» La notte precedente non era riuscita a elaborare mentalmente la frase, ma naturalmente questo era dipeso dalla febbre e adesso non aveva più difficoltà a ricordare gli insegnamenti del Signor Latimer, che aveva dedicato mesi ad affinare la sua pronuncia. Di certo sarebbero riusciti a comprendere una domanda come «In whatte londe am I» o perfino come «Whatte be thisse holding?», e se pure ci fosse stata qualche variazione dovuta ad un dialetto locale il traduttore avrebbe provveduto a correggerla.
— Whatte place hast thou brotte me? — domandò.
La do
— Gottebae plaise tthar tleve — disse la do
Il traduttore avrebbe dovuto fornire una traduzione immediata delle sue parole, ma forse la pronuncia di Kivrin era così diversa che la do
— Whatte place hast thou brotte me? ~ ripeté con maggiore lentezza, in modo da dare al traduttore il tempo di adattare le sue parole.
— Wick londebay yae comen lawdayke awtreen godelae deynorm andoar sic straunguwlondes. Spekefaw eek waenoot awfthy taloorbrede.
— Lawyes sharess loostee? — interve
La do
— Auf specheryit darmayt? — aggiunse, posando il cofanetto sul sedile sottostante la finestra.
Kivrin ricordava anche la sua voce, aspra e quasi rabbiosa nel rivolgersi alla do
La signora del maniero, con la cuffia di lino ingiallito e la sopravveste tinta e tessuta malamente… il che significava che il vestito che avevano dato a lei era tutto sbagliato, sbagliato quanto la pronuncia di Latimer e quanto le assicurazioni della Dottoressa Ahrens che lei non avrebbe contratto nessuna malattia medievale.
— Ho fatto tutti i vaccini — mormorò, e le due do
— Ellavih swot wardesdoor feenden iss? — chiese in tono brusco la do