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Nei normali frangenti, si misurava una pressione di dodici to

Già a metà dello zoccolo continentale, lo tsunami provocato dallo smottamento raggiungeva un'altezza di venti metri. Ma, nonostante l'altezza, la sua cresta sarebbe passata sotto la coperta delle piattaforme.

A essere fatale fu la violenza con cui esso colpì le strutture portanti.

Sul lungo periodo, le piattaforme petrolifere, come le navi, erano soggette al logoramento del mare. Dato che, in base alle statistiche, un'onda da quaranta metri si produceva una volta ogni secolo, i progettisti avevano costruito le piattaforme in maniera tale che potessero sopportarla. A partire da questo elemento, seguendo una logica tesa alla rassicurazione, le piattaforme erano state classificate come costruzioni in grado di reggere per cento a

I calcoli matematici sono una brutta bestia. Le medie statistiche, su cui si basa la progettazione delle costruzioni marine, partono da affermazioni ideali e non dalla realtà. Il concetto di logoramento medio può essere valido negli uffici e nelle teste dei costruttori, ma la natura non conosce le medie e non si attiene alle statistiche. La natura è fatta di una successione incalcolabile di situazioni momentanee ed estreme. Forse, in certe acque, si possono rilevare onde alte mediamente dieci metri, ma, se s'incappa in un esemplare di trenta metri, che statisticamente non esiste, il valore medio non porta nessun aiuto. E si muore.

Lo tsunami spazzò via il paesaggio di torri d'acciaio, superando in un attimo il loro limite di logoramento. I piloni si ruppero, le saldature si spezzarono, le costruzioni sopracoperta si ribaltarono. Soprattutto nella parte inglese, dove prevalevano i ponteggi a tubi d'acciaio, la forza d'urto dell'onda distrusse quasi tutte le costruzioni o le da

Da a

Teoricamente, la maggior parte delle navi non poteva reggere onde di più di venti metri d'altezza. Secondo le statistiche, gli scafi sopportavano al massimo onde di 16,5 metri. La realtà però era diversa. A metà degli a

In genere, però, delle navi che facevano simili incontri non si sapeva più nulla. La più subdola delle onde giganti era il cosiddetto «buco nell'oceano». Il fronte dell'onda formava una sorta di profonda voragine in cui la nave finiva di prua o di poppa. Se le onde si trovavano a una certa distanza, in genere c'era tempo sufficiente per risalire e scalare il dorso dell'onda successiva. Se erano serrate, la situazione cambiava. La nave cadeva nella voragine e l'onda seguente, troppo vicina, la inghiottiva, facendola sprofondare sotto un muro d'acqua. E se anche la nave fosse riuscita a riemergere dalla voragine, cominciando a risalire, si poteva solo sperare che l'onda non fosse troppo alta o troppo verticale. In genere, però, lo era. Allora si cercava di fare l'impossibile, cioè di risalire un piano verticale. Normalmente erano le navi più piccole a sprofondare, quelle che avevano una lunghezza inferiore all'altezza dell'onda, ma spesso neppure i giganti dell'oceano ce la facevano. Venivano rovesciate e cadevano a testa in giù.

Simili onde giganti, che nascevano dall'azione combinata di vento e correnti, procedevano a una velocità di cinquanta chilometri all'ora, raramente maggiore. E comunque erano sufficienti a provocare catastrofi. Ma erano una cosa da niente rispetto allo tsunami che in quel momento imperversava sullo zoccolo continentale.

Quasi tutti i rimorchiatori, le petroliere e i traghetti che ebbero la sfortuna di trovarsi sul mare del Nord furono spazzati via come giocattoli. Alcuni si sfasciarono, altri entrarono in collisione coi pilastri di cemento delle piattaforme o con le boe di carico cui erano ancorati. Neppure i pilastri di cemento armato ressero a quell'impatto. Molti colossi crollarono e quelli che non erano crollati furono distrutti dagli incendi, i

Ognuno di quegli avvenimenti era l'incubo per antonomasia dei viaggi in mare e dell'industria offshore. Ma ciò che stava succedendo quel pomeriggio sul mare del Nord era molto più di un incubo diventato realtà.

Era l'Apocalisse.

La costa

Otto minuti dopo il crollo dello zoccolo continentale, lo tsunami aveva colpito le scogliere delle isole Fær Øer, quattro minuti dopo aveva raggiunto le Shetland e due minuti dopo si schiantava contro la terraferma scozzese e contro la costa sudoccidentale della Norvegia.

Per ricoprire completamente la Norvegia sarebbe dovuta cadere in mare quella cometa che s'ipotizzava avrebbe potuto distruggere l'umanità. Il Paese era una montagna unica, contornata da coste a picco il cui margine superiore difficilmente poteva essere raggiunto dalle onde.

Ma la Norvegia viveva sull'acqua e grazie all'acqua. Quasi tutte le città più importanti erano sul mare, ai piedi d'imponenti montagne, protette da piccole isole piatte. Oppure sorgevano proprio sulle ìsole. Città portuali come Egersund, Haugesund e Sandnes, a sud, erano conda

La sorte peggiore toccò a Stavanger.

Lo sviluppo di uno tsunami nel momento in cui raggiungeva la costa dipendeva da diversi fattori: dalle scogliere, dalle foci dei fiumi, dalle montagne sottomarine, dai banchi di sabbia, dalle isole che si trovavano davanti alla costa e dalla pendenza delle spiagge. Tutto ciò poteva ridurre o aumentare l'effetto dello tsunami. Stavanger, il centro dell'industria offshore norvegese, città chiave del commercio e della navigazione, una delle più antiche, belle e ricche città della Norvegia, sorgeva direttamente sul mare, di fatto senza protezione. All'esterno del porto, si stendeva una serie di basse isolette, collegate da ponti. Immediatamente prima dell'arrivo dell'onda, il governo norvegese aveva mandato alle autorità cittadine un messaggio di allarme che doveva essere diffuso immediatamente via radio, televisione e Internet. Ma restava pochissimo tempo. Un'evacuazione non era neppure ipotizzabile. L'avviso scatenò una confusione indescrivibile. Nessuno sapeva esattamente che cosa si stava abbattendo su Stavanger. A differenza degli Stati costieri del Pacifico, costretti da sempre a convivere con gli tsunami, in Europa e nel Mediterraneo non c'erano centri di allerta. Mentre il PTWS — acronimo di Pacific Tsunami Warning System — con sede principale nelle Hawaii, era diffuso in oltre venti Stati del Pacifico, dall'Alaska al Giappone e dall'Australia fino al Cile e al Perú, in un Paese come la Norvegia il fenomeno degli tsunami era pressoché ignoto. E anche per questo motivo, gli ultimi minuti di Stavanger furono dominati da una sensazione di terrore impotente.

L'ondata colpì la città senza che nessuno fosse riuscito a mettersi in salvo. Lo tsunami continuò a crescere anche dopo aver distrutto i piloni dei ponti tra le isole, sollevandosi in tutti i suoi trenta metri. A causa della notevole lunghezza dell'onda, non ripiegò subito su se stesso, ma si schiantò contro le protezioni del porto, ridusse a pezzi banchine ed edifici e continuò a correre velocissimo verso la città. La città vecchia, con le sue case di legno del tardo XVII secolo e dei primi del XVIII secolo, fu rasa al suolo. A Vågen, l'antico bacino portuale, l'ondata s'ingorgò e ricadde sul centro della città.

I flutti distrussero il più vecchio edificio di Stavanger, la cattedrale, che risaliva al 1125. Prima abbatterono tutte le finestre, poi i muri e infine si trascinarono appresso le macerie. Con la violenza di un attacco missilistico, l'onda spazzò via tutto ciò che incontrava sulla sua strada. E non era solo l'acqua a distruggere la città, ma anche il fango che essa trascinava con sé, insieme con to

La parete verticale si era trasformata in una montagna scrosciante di spuma. Lo tsunami si muoveva un po' più lentamente in mezzo alle strade, ma in compenso era molto più caotico. Nella spuma era imprigionata dell'aria che veniva compressa nell'impatto fino a una pressione di oltre quindici bar, sufficiente per deformare una lastra corazzata. L'acqua spezzava gli alberi come se fossero stati fiammiferi e li trasformava in proiettili. Neppure un minuto dopo aver colpito i primi sbarramenti del porto, l'onda aveva già distrutto la zona portuale e il quartiere immediatamente retrostante.