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20 aprile

Lione, Francia

Bernard Roche si rimproverava per aver lasciato passare troppo tempo prima di analizzare i campioni d'acqua. Ma ormai non c'era nulla da fare. Come avrebbe potuto sospettare che un astice potesse uccidere un uomo? E probabilmente più d'uno?

Jean Jérôme, il cuoco del Troisgros, a Roa

La stampa aveva smorzato i toni, anche per riguardo al ristorante, ma naturalmente l'a

Di nuovo si trovò di fronte a legami insoliti, che lo lasciavano perplesso. Era indispensabile avere altri campioni, così fece prendere contatti con le città colpite. Sfortunatamente a nessuno era venuto in mente di conservare un po' di quella sostanza. Non erano esplosi altri astici oltre a quello di Roa

Osservò nel microscopio.

Migliaia di sfere trasparenti, simile a palline da te

Era stato quell'essere a uccidere Jean Jérôme?

Roche prese un ago sterile e se lo infilò nella punta del pollice, facendone uscire una gocciolina di sangue. Con cautela la iniettò nel campione sul vetrino e tornò a guardare attraverso la lente del microscopio. Ingranditi di settecento volte, i globuli di Roche sembravano petali rosso rubino. Si spostavano barcollando nell'acqua, tutti pieni di emoglobina. Immediatamente le sfere trasparenti si attivarono, estrassero le loro proboscidi e balzarono fulmineamente sulle cellule umane. I peduncoli s'infilarono come aghi. Quegli inquietanti microbi si coloravano lentamente di rosso, mentre i globuli si prosciugavano. Quando un globulo era prosciugato, balzavano su un altro, e intanto s'ingrossavano. Era proprio quello che Roche temeva. Ognuno di quegli esseri poteva contenere fino a dieci globuli: al massimo in tre quarti d'ora avrebbero terminato il loro lavoro. Continuò a guardare, affascinato, e si accorse che tutto procedeva più velocemente di quanto avesse pensato, molto più velocemente.

La scena finì dopo quindici minuti.

Roche rimase immobile davanti al microscopio. Poi a

Il «probabilmente» l'aveva messo per scrupolo, poiché era sicuro di aver appena classificato l'agente patogeno responsabile delle malattie e delle morti. Ciò che lo turbava era l'impressione di avere a che fare con un esemplare mostruoso della Pfiesteria piscicida. Si andava di superlativo in superlativo, perché in sé la Pfiesteria piscicida era già mostruosa: un mostro che misurava un centesimo di millimetro, uno dei più piccoli predatori del mondo. E nel contempo uno dei più pericolosi. Si trattava di un vampiro.

Era un argomento di cui aveva letto molto. Il primo incontro della scienza con la Pfiesteria non risaliva a molto tempo prima. Era avvenuto negli a

Progressivamente il quadro si era fatto più chiaro. Una botanica aveva identificato il sinistro organismo come un flagellato, appartenente a una specie sconosciuta fino a quel momento. Un dinoflagellato, un'alga. Ce n'erano molte specie: la maggior parte era i

Perché la Pfiesteria piscicida si differenziava dai suoi simili; la sua aggressività era impressionante e, in un certo senso, ricordava le zecche. Non per la forma, ma perché mostrava una pazienza simile. Stava appostata, apparentemente priva di vita, sul fondo delle acque. Ogni singolo organismo aveva intorno una capsula, una specie di ciste che lo proteggeva. In tal modo, la Pfiesteria poteva resistere a

Quello che succedeva in seguito poteva essere descritto solo come un attacco lampo. Le alghe si staccavano a miliardi dalle loro cisti e risalivano, utilizzando i due flagelli all'estremità del corpo come sistema di locomozione: uno ruotava come un'elica; l'altro guidava l'organismo nella direzione desiderata. La Pfiesteria si attaccava al corpo di un pesce e liberava un veleno che paralizzava il sistema nervoso dell'animale e, nel contempo, faceva buchi grandi come una moneta nella pelle. Poi infilava la proboscide nelle ferite e assumeva gli umori della preda morente. Quand'era sazia, si staccava dalla vittima e si lasciava cadere di nuovo sul fondo, tornando a incapsularsi.

In sé, le alghe tossiche erano fenomeni normali, come i funghi in un bosco. Alcune di esse erano note fin dai tempi biblici. Nell'Esodo veniva descritto un fenomeno che sembrava corrispondere con sorprendente esattezza a una «marea rossa»: «Aro

Ora la Pfiesteria piscicida aveva attaccato gli astici bretoni.

Ma era davvero Pfiesteria piscicida?

Il dubbio tormentava Roche. Il comportamento delle cellule non lasciava dubbi, anche se la Pfiesteria appariva molto più aggressiva di quanto descritto nella letteratura scientifica. Soprattutto lui si chiedeva come mai l'astice fosse sopravvissuto così a lungo. Le alghe provenivano dal suo interno? Insieme con quella sostanza? La massa gelatinosa che si decomponeva all'aria sembrava essere qualcosa di completamente diverso dalle alghe, qualcosa di assolutamente sconosciuto. Provenivano entrambe dall'interno dell'astice? Ma cos'era successo alla carne dell'astice?

Si trattava davvero di un astice?

Roche cadde in un profondo smarrimento. Di una cosa però era assolutamente certo: qualunque cosa fosse, adesso si trovava nell'acqua potabile di Roa