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Da sotto giunse un rumore. Udì dei lamenti. L'acciaio si stava piegando.

Si precipitò nella sala adiacente. Anche lì era un disastro, ma uno degli armadietti laccati sembrava fissato molto bene. Lo raggiunse e frugò all'interno, gettandosi alle spalle tutto ciò che gli capitava tra le mani. Finalmente trovò ciò che stava cercando. Afferrò una dozzina di siringhe in confezione sterile e se le infilò nella giacca. Adesso non restava altro che tornare indietro.

Che idea folle!

O Karen aveva ragione, e allora si trattava di un piano geniale, oppure si erano creati un'immagine completamente falsa della realtà. La proposta, da un lato plausibile, gli appariva dall'altro irrealizzabile e ingenua, soprattutto sullo sfondo del messaggio escogitato da Samantha e mandato negli abissi. Però… Samantha? Ma dov'era?

Samantha che gli era apparsa in sogno molto tempo prima e gli aveva indicato la via per il Nunavut…

Nelle sue orecchie risuonò un fortissimo gong, come se fosse andata in frantumi una campana. Il pavimento s'inclinò ulteriormente. Dal fondo della nave arrivava un ruggito cupo.

L'acqua!

Anawak si chiese se avrebbe avuto il tempo di fuggire. Poi non si chiese più niente e si mise a correre.

Laboratorio

Karen non sapeva cosa l'aspettava. Si sentiva a disagio all'idea di riaprire la porta del laboratorio. Ma, se voleva far partire il piano, il laboratorio era l'unica possibilità.

Il pavimento tremava. Sotto i suoi piedi, lei sentiva l'acqua scrosciare e gorgogliare. Johanson si appoggiò vicino a lei, ansimando pesantemente. «Apri», disse.

Karen vide il simbolo rosso dell'emergenza sopra la tastiera. Mentre correva fuori, Judith Li era riuscita a inserire la chiusura d'emergenza che sigillava il laboratorio. Digitò una combinazione numerica e la porta si aprì. L'acqua si rovesciò contro di lei e le sommerse le gambe. Usciva dal laboratorio illuminato a giorno, ma, anziché scorrere lungo la rampa, si raccoglieva appena fuori della porta e cresceva. Karen comprese subito il perché: l'Independence era così inclinata che l'acqua non poteva scorrere verso il ponte a pozzo. Probabilmente, a causa dell'inclinazione, quella parte della rampa aveva assunto una posizione orizzontale.

Indietreggiò. «Dobbiamo stare attenti», disse. «Quella sostanza potrebbe essere uscita.»

Johanson gettò uno sguardo all'interno. Nelle immediate vicinanze della cisterna distrutta vide galleggiare due corpi senza vita. Con passi cauti, camminò tra i vortici dell'acqua, che fluiva, impetuosa. Karen lo seguì. Il loro primo sguardo fu ai container del laboratorio di massima sicurezza: sembravano intatti. Fu un sollievo. Una contaminazione di Pfiesteria era l'ultima cosa di cui avevano bisogno in quel momento.

Verso poppa, il pavimento emergeva lentamente dall'acqua. In compenso, dalla parte opposta, l'acqua era molto più alta.

«Sono tutti morti», mormorò Karen.

Johanson socchiuse le palpebre. «Là!»

Poco discosto dai soldati galleggiava un terzo corpo.

Era Rubin.

Karen ricacciò indietro il disgusto e il terrore. «Ce ne serve uno», disse. «Non importa quale.»

«Però dobbiamo spingerci più all'interno.»

«Sì. Non si può fare diversamente.» Avanzò.

«Attenta!» gridò Johanson

Lei stava per girarsi quando qualcosa la colpì da dietro, facendola scivolare. Con un grido, finì in acqua; poi riemerse, sputando, e si girò sulla schiena.

Uno dei soldati era là, e li teneva sotto tiro con un fucile nero e massiccio.

«Oh, no», disse disperato. «Oooh, no.»

Nel suo sguardo si leggeva chiaramente la paura di morire. Karen si rialzò, sollevando con calma le mani in modo che l'uomo le potesse vedere.

«Oh, no», ripeté il soldato.

Era molto giovane; sui vent'a

«Ehi», disse Johanson. «Vogliamo aiutarti.»

«Voi ci avete chiuso qui dentro», disse il soldato. Sembrava sul punto di scoppiare in lacrime.

«Non siamo stati noi», mormorò Karen.

«Ci avete… con questo… ci avete lasciati soli con questo…»

Ci mancava solo quella. L'Independence stava affondando, dovevano fermare Judith Li, prendere in qualche modo uno dei morti per portare a termine il piano, e adesso si trovavano davanti quel ragazzo in preda al panico.

«Come ti chiami?» domandò Johanson.

«Come?» Gli occhi del soldato fiammeggiarono. Poi lui gli puntò contro l'arma.

«No!» gridò Karen.

Johanson sollevò le mani per indicare che era tutto a posto. Guardò la bocca dell'arma e abbassò la voce. «Per favore, dicci il tuo nome.»

Il soldato esitò.

«È importante che conosciamo il tuo nome», ribadì Johanson con voce dolce.

«MacMillan. Sono… Mi chiamo MacMillan.»

Karen cominciò a capire che cosa aveva in mente Johanson. La prima mossa da fare per ricondurre qualcuno alla normalità è richiamargli alla mente chi è.

«Bene, MacMillan, molto bene. Ascoltami, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Questa nave sta affondando. Noi dobbiamo condurre un esperimento che potrebbe salvarci tutti…»

«Tutti?»

«Hai una famiglia, MacMillan?»

«Perché lo vuole sapere?»

«Dove abita la tua famiglia?»

«A Boston.» I lineamenti del giovane s'irrigidirono. Cominciò a piangere. «Ma Boston è…»

«Lo so», disse Johanson, comprensivo. «Ascolta, possiamo fare ancora qualcosa per rimettere tutto a posto. Anche a Boston. Ma, per farlo, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Ne abbiamo bisogno adesso! Ogni secondo che perdiamo potrebbe a

«Ti prego», mormorò Karen. «Aiutaci.»

Il soldato continuava a guardarli. Tirò su col naso. Poi abbassò il fucile.

«Ci portate fuori da qui?» chiese.

«Sì», confermò Karen. «Promesso.» Mio Dio, che stai dicendo? pensò. Non puoi promettere niente. Proprio niente.

Judith Li

Sorprendentemente, il laboratorio segreto appariva intatto, forse perché era più in alto rispetto a quello ufficiale. Il pavimento era ricoperto di schegge di vetro, ma il resto era a posto.

Alcuni monitor lampeggiavano.

Dove avrà messo i tubi? rifletté Judith Li.

Infilò l'arma nella fondina e si guardò intorno. La sala era deserta. Nella piccola cisterna ad alta pressione si aspettava di vedere il bagliore blu, ma poi le ve

Peak girava fra i tavoli da laboratorio e gli armadi. «Qui», gridò.

Lei lo raggiunse di corsa. Uno scaffale era caduto. A terra, c'erano diversi tubi sottili, a forma di siluro, lunghi quasi un metro. Li sollevarono, l'uno dopo l'altro. Due erano notevolmente più pesanti rispetto agli altri. Poi Judith vide i segni di riconoscimento. Rubin li aveva segnati su un fianco con un pe

«Sal», mormorò, affascinata. «Abbiamo in mano il nuovo ordine mondiale.»

«Bene.» Peak si guardava nervosamente intorno. Una provetta rotolò giù da un tavolo e si ruppe con un leggero tinti

Judith Li scoppiò a ridere. Passò a Peak uno dei tubi, prese l'altro e uscì di corsa dal laboratorio. «Tra cinque minuti avrò mandato all'inferno questa creazione arrogante, Sal, può contarci!»

«Con chi vuole scendere? Crede che Mick sia ancora vivo?»

«Non m'interessa se lo è.»

«Potrei accompagnarla io.»

«Grazie, Sal, molto generoso da parte sua. E cosa vorrebbe fare? Venire laggiù a rompermi i timpani perché mi permetto di ammazzare quella fanghiglia blu?»

«È una cosa maledettamente diversa e lei lo sa bene!»

Raggiunsero la scaletta di boccaporto. Dalla parte opposta, qualcuno stava correndo verso di loro a testa bassa.

«Leon!»

Anawak sollevò lo sguardo, li riconobbe e si fermò di colpo. Erano molto vicini; in mezzo a loro c'era solo la scaletta di boccaporto.

«Jude… Sal…» Anawak li fissò. «Ma guarda un po'.»

Ridicolo! pensò Judith. Quell'uomo era assolutamente incapace di fingere. Le era bastato uno sguardo per capire che Anawak sapeva tutto. «Da dove arriva?» chiese.

«Io… volevo cercare gli altri e…»

Non aveva importanza quanto sapesse. Non avevano tempo da perdere. Forse stava davvero cercando i suoi amici, forse aveva un piano. No, non aveva importanza. Anawak si era messo sulla sua strada.

Judith Li tirò fuori la pistola.

Ponte di volo

Quando uscirono sul ponte, Samantha Crowe era alle calcagna di Murray Shankar, ma poi qualcuno la fermò.

«Aspetti», disse un soldato in uniforme.

«Ma io devo…»

«Lei è nel prossimo gruppo.»

Due dei grandi Super Stallion avevano già lasciato il ponte e altri due attendevano di fronte all'isola. Erano parcheggiati vicinissimi. Mentre correva con soldati e civili, Shankar si girò verso Samantha. Il gigantesco eliporto s'inclinava sempre di più. Era così grande da dare l'impressione che non fosse la nave a essere obliqua, bensì il mare, agitato e coperto di schiuma.

«Ci vediamo più tardi!» gridò Shankar. «Te ne andrai col prossimo volo.»

Samantha lo seguì con lo sguardo mentre lui correva sulla rampa che portava all'interno del Super Stallion. Un vento gelido le frustava il viso. A quanto pareva, l'evacuazione procedeva in maniera molto ordinata. Era un bene. Doveva solo pazientare.

Il suo sguardo vagava tutt'intorno. Dov'erano gli altri? Leon, Sigur, Karen…

Erano già andati via?

Un pensiero tranquillizzante. Il portellone si chiuse alle spalle di Shankar. I rotori presero a girare più velocemente.

Scafo

Meno di trenta metri sotto il ponte di volo, l'acqua premeva contro le paratie della stiva di prua e degli alloggi dell'equipaggio.

Le paratie reggevano.

Un siluro era rimasto in acqua. Durante l'esplosione del batiscafo, l'i

Le paratie reggevano, ma la grata scricchiolava e gemeva sotto la pressione.

Anche i puntoni reggevano ancora, però erano sottoposti a una tensione estrema. Nell'acciaio delle paratie si formarono alcune crepe. Una delle grandi viti di rinforzo si staccò lentamente dal suo ancoraggio, forzando la filettatura.

Poi uscì con un botto.

La tensione aumentò. La grata schizzò in aria, altre viti saltarono, la parete cedette. Il siluro ricevette un colpo che lo catapultò verso l'alto e lo spinse nel punto in cui confinavano tutti gli spazi: la stiva di prua e le gigantesche camerate dei marinai da una parte e il ponte dei veicoli proprio sotto il laboratorio dall'altra.

Era uno dei punti di contatto più sensibili della nave.

La carica esplosiva fece il proprio lavoro.

Livello 3

«No», disse Peak.

Lasciò cadere l'involucro a forma di siluro e puntò la pistola contro Judith Li. «Non lo farà.»