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PARTE QUARTADiscesa
«Le ricerche ha
Deepflight
Ma Anderson non lo colpì.
Qualche secondo prima, i delfini avevano avvisato della presenza di un oggetto sconosciuto e l'equipaggio dell'Independence era stato messo in stato di massima allerta. Subito dopo, anche i sistemi sonar avevano segnalato che qualcosa di forma e dimensioni indeterminate si stava avvicinando rapidamente. Non faceva rumore come un siluro e non si riusciva a identificare la fonte da cui proveniva.
Gli uomini sul ponte e quelli agli strumenti di controllo erano molto preoccupati, non solo perché quella cosa si avvicinava a velocità crescente e senza fare il minimo rumore, ma anche perché saliva verticalmente dagli abissi. Fissavano i monitor e, dalle tenebre, videro sbucare qualcosa di rotondo, che emetteva una luce bluastra. Quindi prese forma una sfera tremolante, da un diametro di oltre dieci metri, che si avvicinò, diventando sempre più grande.
Quando Buchanan diede ordine di sparare contro quella cosa sconosciuta, era ormai troppo tardi.
La sfera esplose proprio sotto lo scafo.
Durante gli ultimi minuti, il gas all'interno si era ulteriormente dilatato, accelerando la salita. Quella palla di gelatina sottile, tesa fino a scoppiare e giunta a tutta velocità, improvvisamente si strappò nella parte superiore, si aprì e rimase come uno straccio svolazzante. Il gas liberato vorticò verso la superficie e trascinò con sé qualcosa di grande e squadrato.
Il Deepflight affondato sfrecciava verso l'Independence, con la prua in avanti, e conficcò i siluri nello scafo della nave.
Quell'attimo si dilatò per un'eternità.
Poi seguì l'esplosione.
Ponte di comando
La nave gigantesca tremò.
Buchanan, che aveva visto avvicinarsi la disgrazia, era sul ponte di comando e si mante
Pochi secondi dopo l'impatto, la maggior parte dei mangiapetrolio, com'erano chiamati nel gergo della Marina i tecnici delle caldaie e della trasmissione, era morta. L'esplosione aveva aperto una falla gigantesca nei punto di confine tra lo spazio di carico e la sala macchine, dotata di due turbine a gas LM-2500. Lo scafo ve
Elevatore esterno
La piattaforma subì un violento scossone. Balzò in alto come un'altalena e scagliò Floyd Anderson al di sopra di Johanson. Il primo ufficiale mulinava le braccia, allungando le dita, ma lì non c'era nulla cui aggrapparsi. Spiccò un salto che, in altre circostanze, sarebbe stato comico. Poi sbatté la fronte sulla piattaforma, si girò sulla schiena e rimase immobile, con gli occhi sbarrati.
Vanderbilt barcollò. La pistola gli cadde e scivolò via, fermandosi a pochi centimetri dal bordo. Vide Johanson che cercava di rialzarsi a fatica, corse verso di lui e lo colpì nelle costole. Lo scienziato si rovesciò su un fianco con un grido soffocato. Vanderbilt non aveva la minima idea di cosa fosse successo, ma si rendeva conto che doveva essere qualcosa di molto grave. Tuttavia l'incarico prevedeva di eliminare Johanson e lui era fermamente deciso a portarlo a termine. Si chinò per attaccare l'uomo, gemente e sanguinante, disteso sulla piattaforma e gettarlo oltre le reti di protezione, ma qualcuno gli saltò addosso, bloccandolo.
«Maledetto bastardo!» gridò Anawak.
Vanderbilt fu tempestato da una scarica di colpi e indietreggiò. Ebbe bisogno di qualche istante per riprendersi dallo sbigottimento. Sollevò le braccia per proteggersi la testa, scartò di lato e colpì l'aggressore con un calcio nella rotula.
Anawak vacillò, chinandosi in avanti. Allora Vanderbilt spostò il proprio baricentro. Era corpulento e sembrava goffo e impacciato, però non era affatto così. Il vice direttore della CIA aveva frequentato tutti i corsi possibili di attacco e autodifesa e, nonostante il suo quintale di peso, riusciva anche a fare qualche salto di notevole portata. Prese la rincorsa, si catapultò in aria e atterrò con gli stivali contro lo sterno di Anawak, che cadde sulla schiena. La sua bocca si aprì, ma non uscì nessun suono. Vanderbilt sapeva che gli mancava il fiato. Si chinò su di lui, lo afferrò per i capelli, lo sollevò e gli affondò il gomito nel plesso solare.
Per il momento poteva bastare. Doveva tornare da Johanson. Buttarlo in mare e spedirgli Anawak al seguito.
Quando si alzò, vide Greywolf venire verso di lui.
Vanderbilt si mise in posizione di attacco. Girò sul proprio asse con la gamba destra tesa, sferrò il calcio e rimbalzò.
Che storia è mai questa? pensò, sbigottito. Tutti gli altri erano finiti a terra o si stavano contorcendo dal dolore. Quel gigantesco mezzo indiano, invece, non aveva fatto neanche una piega. Nei suoi occhi c'era un'espressione inequivocabile. Di colpo, Vanderbilt comprese che doveva vincere quel duello, altrimenti non sarebbe sopravvissuto. Incrociò le braccia per assestare il colpo, lo sferrò e sentì che il suo pugno veniva tranquillamente deviato. Un attimo dopo, la mano sinistra di Greywolf affondò nel suo doppio mento. Vanderbilt cercò di colpirlo coi piedi, ma l'altro, con una mossa disinvolta, lo trascinò con sé verso il bordo. Poi lo sollevò e lo colpì.
Il campo visivo di Vanderbilt esplose.
Tutto dive
Le gambe cedettero.
Greywolf lo lasciò e lui cadde lungo disteso. Non vedeva più granché: un po' di cielo e l'asfalto grigio della piattaforma coi segni verniciati di giallo, il tutto attraverso una cortina di sangue, e là, vicinissima, l'arma. Allungò la destra, riuscì a prenderla, strinse l'impugnatura. Sollevò l'arma e sparò.
Per un momento regnò il silenzio.
L'aveva preso? Sparò un'altra volta, ma quel colpo andò in aria. Il suo braccio era stato piegato all'indietro. Per un attimo scorse Anawak, poi la pistola gli ve
Il dolore lo attraversò come una scossa elettrica.
Cos'era successo? Non era più appoggiato sulla schiena, ma verticale. O era sospeso? In effetti non sapeva più dov'erano il sopra e il sotto. Volò all'indietro. Attraverso una nebbia di sangue, riconobbe la piattaforma. Là c'era il bordo. Perché era oltre il bordo? Vide che esso gli passava davanti e si allontanava verso l'alto, insieme con le reti di protezione.
Allora Vanderbilt comprese che la sua vita era finita.
Il freddo lo colpì come uno shock.
Spuma che spruzzava verso l'alto. Verde striato dalla schiuma, bolle, tante bolle. Incapace di muoversi, Vanderbilt affondava. L'acqua del mare gli lavò il sangue dagli occhi. La nave non c'era più. In realtà non c'era più nulla, a parte un verde senza contorni che diventava sempre più scuro. E un'ombra.
Era veloce.
E aveva una bocca che si spalancava proprio davanti a lui.
Poi non ci fu davvero più nulla.
Laboratorio
«Per l'amor del cielo, che sta facendo?»
«Lo lasci andare.»
Le parole risuonavano nella testa di Karen. Erano la domanda fatta con orrore da Peak e il brusco ordine di Judith Li, appena prima che il laboratorio fosse scosso con incredibile violenza. Al rombo dell'esplosione era seguito un rumore indescrivibile, come se la nave si stesse sfasciando. Karen cadde, trascinando con sé Rubin. Finirono dietro il tavolo in una confusione di strumenti e contenitori. La sala rimbombava. Vibrava tutto. I vetri esplodevano. Karen pensò al laboratorio di massima sicurezza e sperò che l'isolamento di vetro corazzato e la paratia a tenuta stagna reggessero. Strisciando, si allontanò da Rubin, che stava rotolando e si guardava intorno, allucinato.
Lo sguardo di Karen cadde sulla valigetta con le provette. Era scivolata proprio davanti ai suoi piedi. L'aveva vista anche Rubin.
Per un attimo, ciascuno dei due valutò le proprie possibilità. Poi Karen si catapultò in avanti, ma Rubin fu più veloce. Afferrò la valigetta, saltò in piedi e corse attraverso la sala. Karen fu costretta a lasciare il suo rifugio. Doveva assolutamente recuperare la valigetta; non importava quello che sarebbe successo e quali conseguenze ci sarebbero state. Doveva fermare il piano di Judith Li.
Due soldati erano finiti a terra. Uno non si muoveva, l'altro si stava rialzando a fatica. Il terzo soldato era rimasto in piedi e teneva sempre l'arma spianata. Judith Li si chinò per prendere il mitra dell'uomo immobile, un massiccio aggeggio nero. Un istante dopo, scorse Karen.
Peak era appoggiato alla porta chiusa, rigidissimo. «Karen!» gridò. «Si fermi! Non le succederà niente! Si fermi, maledizione!»