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«Sì. Questa è la differenza fondamentale con gli uomini. La nostra cultura si trasmette attraverso la voce, i testi scritti o le immagini. Ma non possiamo trasmettere all'istante le cose che viviamo. Col nostro corpo muore anche il nostro spirito. Quando diciamo che non si devono dimenticare gli errori del passato, non facciamo altro che dar voce a un desiderio irrealizzabile. Ciò che si ricorda si può soltanto dimenticare. Nessun uomo può ricordare quello che un altro essere umano ha vissuto prima di lui. I ricordi li possiamo registrare e richiamare, però noi non c'eravamo. Ogni bambino deve imparare le stesse cose, mettere la mano sul fornello rovente per capire che scotta. Per gli yrr non è così. Una cellula impara e si scinde. Sdoppia il proprio genoma con tutte le informazioni, un po' come se duplicassimo il nostro cervello con tutti i ricordi. Le nuove cellule non ereditano un sapere astratto, bensì l'esperienza immediata, come se fossero state presenti anche loro. Dall'inizio della loro esistenza, gli yrr sono capaci di un ricordo collettivo.» Johanson guardò Judith Li. «Ora ha capito chi si è messo contro di noi?»
Judith a
«Temo che, per riuscirci, dovremmo distruggere tutti gli individui», replicò Johanson. «E questo è impossibile per diversi motivi. Non sappiamo quanto sia fitta la loro rete. Probabilmente formano catene cellulari lunghe centinaia di chilometri. Diversamente da noi, non vivono nel presente. Non ha
«Che cosa fredda e disgustosa», disse Vanderbilt.
«Trova?» Judith Li scosse la testa. «Io invece ammiro quegli esseri. Elaborano nel giro di qualche minuto strategie che per noi richiederebbero a
«Per questo gli yrr si sono adattati al loro ambiente molto meglio di come noi abbiamo fatto col nostro», riprese Johanson. «Per loro, ogni prestazione intellettuale è collettiva e ancorata saldamente ai geni. Vivono contemporaneamente in tutte le epoche. Gli uomini, invece, non sa
«E negli yrr una simile separazione non esiste», constatò Judith Li. Per motivi inesplicabili, sembrava decisamente soddisfatta. «Il corpo è lo spirito, lo spirito è il corpo. Nessuno degli yrr farebbe qualcosa contro l'interesse generale. Sopravvivere è un interesse della specie, non dell'individuo, ed essi agiscono sempre secondo questa risoluzione. Grandioso! Nessuno yrr riceverà mai un'onorificenza per una buona idea. La soddisfazione è nella compartecipazione al risultato. Nessuno yrr gode di privilegi. Mi chiedo se le singole cellule abbiano qualcosa di simile a una coscienza individuale.»
«Diversa da come la conosciamo noi», a
«Evoluzione pura», confermò Karen. «Pensiero evolutivo.»
«Che razza di avversario!» Judith Li era meravigliata. «Niente vanità, nessuna perdita d'informazioni. Noi esseri umani vediamo sempre solo una parte del tutto, loro abbracciano con lo sguardo il tempo e lo spazio.»
«Per questo noi distruggiamo il nostro pianeta», interve
«Sì, tutto torna. Perché dovrebbero trattare con noi? Con lei o con me? Domani potremmo essere morti. E allora, con chi parlera
«E nessun nemico sarà in grado di eliminare quel sapere», disse Sue. «In un insieme yrr lo sa
«Un momento», Judith voltò la testa verso Sue. «Non ha detto che ci devono essere delle specie di regine?»
«Sì. Qualcosa del genere. Potrebbe essere che tutti gli yrr abbiano un sapere collettivo, ma un'azione collettiva potrebbe iniziare da un centro. Sì, credo che ci siano delle regine.»
«Anche loro unicellulari?»
«Devono condividere la stessa biochimica degli altri. Si può presumere che siano unicellulari. Un'associazione altamente organizzata che riusciremo a comprendere solo comunicando con loro.»
«Per ricevere messaggi misteriosi», disse Vanderbilt. «Allora, ci ha
«Tutto», rispose Samantha.
«Potrebbe essere un po' più precisa?»
«Ci spiegano che questo è il loro pianeta. Che lo dominano da almeno centottanta milioni di a
Vanderbilt si grattò la pancia. «E che cosa rispondiamo? Che possono infilarselo nel culo, il loro dominio?»
«Non ce l'ha
«Allora cosa?»
«Penso che alla loro logica di volerci a
«Il dominio di organismi unicellulari?»
«E in questo modo convincerli che non siamo più pericolosi per loro.»
«Ma lo siamo», obiettò Karen.
«Vero», disse Johanson. «Parlare non serve. Dobbiamo dare il segnale che ci ritiriamo dal loro mondo. Dobbiamo smettere d'inquinare i mari con veleni e rumori, e anche in fretta. Così in fretta che forse loro arrivera
«Questo deve deciderlo lei, Jude», disse Samantha. «Noi possiamo solo darle consigli. Lei deve raccomandare. Oppure ordinare.»
Tutti guardarono Judith Li. «Sono dell'idea di percorrere questa strada», disse lei. «Ma non dobbiamo affrettare i tempi. Se ci ritiriamo dal mare, dobbiamo mandare loro un messaggio che sia formulato con precisione e che sia convincente.» Si guardò intorno. «Voglio che collaborino tutti. E senza farsi prendere dalla furia e dal panico. Qualche giorno in più non cambia niente, e invece potrebbe essere utile per elaborare il messaggio giusto. Questa specie ci è estranea in tutto, in un modo che mai avrei immaginato. Ma se c'è anche solo una possibilità di arrivare a un accordo pacifico, dobbiamo utilizzarla. Quindi date il massimo.»
«Jude», sorrise Samantha. «Non sono mai stata così entusiasta dei militari americani.»
Quando Judith Li lasciò la sala con Peak e Vanderbilt, disse sottovoce: «Rubin è riuscito a fabbricare sufficiente sostanza?»
«Sì», rispose Vanderbilt.
«Bene. Voglio che carichi il Deepflight. Non m'interessa quale. Entro due ore, tre al massimo, dobbiamo andare e risolvere la faccenda»
«Perché tutta questa fretta?» chiese Peak.
«Johanson ha un'espressione negli occhi… come se fosse sul punto di avere un'ispirazione. Non ho voglia di stare a discutere. È tutto. Domani potrà fare tutto il baccano che vorrà.»
«Siamo davvero così avanti?»
Judith lo guardò. «Questo ho detto al presidente degli Stati Uniti, Sal. E così sarà.»
Ponte a pozzo
«Ehi.»
Anawak si avvicinò al delfinario e Greywolf sollevò un attimo lo sguardo, tornando poi subito a dedicarsi alle piccole telecamere che aveva smontato. Quando Anawak fu più vicino al bordo, due animali tirarono la testa fuori dall'acqua e lo salutarono con schiamazzi e fischi. Poi si accostarono per farsi accarezzare.
«Ti disturbo?» chiese Anawak, allungandosi oltre il bordo per toccare gli animali.
«No.»
Anawak gli si appoggiò di fianco. Non era la prima volta che andava lì dopo l'attacco, cercando di spingere Greywolf a parlare, ma invano. L'amico sembrava completamente chiuso in se stesso. Non prendeva più parte alle riunioni, si limitava a trasmettere i video, accompagnati da brevi commenti scritti. Oltretutto quei video non dicevano molto. Le riprese della gelatina che si avvicinava erano deludenti: si scorgeva una luce blu che si perdeva negli abissi. Poi c'erano le immagini sfocate di alcune orche. Infine, quando i delfini si erano spaventati, rifugiandosi sotto lo scafo della nave, si vedevano solo lastre d'acciaio. Anawak dubitava sempre più dell'utilità della squadra, ma non aveva detto nulla. In segreto, sospettava che Greywolf volesse continuare a lavorare come prima solo per non cadere nel baratro dell'inazione.
Rimasero per un po' in silenzio. Dietro di loro, a una certa distanza, un gruppo di soldati e tecnici risalì dal ventre del ponte a pozzo. Avevano ricostruito la paratia di vetro distrutta. Uno dei tecnici andò alla console sulla banchina e le pompe ricominciarono a lavorare.
«Andiamocene», disse Greywolf.
Risalirono la sponda. Anawak vide il bacino che lentamente si riempiva d'acqua. «Lo riempiono ancora», constatò.