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18 marzo
Vancouver e Vancouver Island, Canada
Leon Anawak tratte
Vieni, dai. Facci questo favore.
Era la sesta volta che il beluga nuotava davanti allo specchio. Il piccolo gruppo di giornalisti e studenti che si era radunato nella sala di osservazione sotterranea dell'acquario di Vancouver si bloccò in un silenzio reverente. Attraverso la gigantesca vetrata potevano vedere per intero l'interno della vasca. Raggi solari obliqui danzavano sulle pareti e sul fondo e, dato che la sala di osservazione era nell'oscurità, il gioco di luci e ombre si riverberava sui volti dei presenti.
Anawak aveva marcato il beluga sulla mandibola con un cerchio tracciato grazie a una vernice atossica. Il punto era stato scelto in modo che il cetaceo potesse vederlo solo se osservava la propria immagine riflessa. Sulle pareti di vetro riflettenti della piscina erano stati sistemati due specchi, e adesso il beluga stava nuotando lentamente davanti a uno di essi. Lo faceva con una consapevolezza tale da non lasciare ad Anawak il minimo dubbio sull'esito dell'esperimento. Il corpo bianco si girava leggermente nel passare davanti alla vetrata, come se il cetaceo volesse mostrare agli astanti la sua mandibola segnata. Poi l'animale scese più in profondità, finché non arrivò alla stessa altezza dello specchio. Si fermò, si sollevò e mosse la testa prima in una direzione, poi in quella opposta. Evidentemente cercava di scoprire da quale angolazione si vedeva meglio il cerchio. Continuò a muoversi così per un bel pezzo davanti allo specchio, agitando le pi
Era davvero inquietante: un essere così diverso dall'uomo, eppure con un comportamento incredibilmente simile a quello umano… A differenza dei delfini, che avevano un repertorio limitato, i beluga erano capaci di dare molte espressioni al volto. Per un istante, sembrò persino che facesse un sorriso. Gli uomini teadono ad attribuire stati d'animo a beluga e delfini proprio a causa di quei presunti sorrisi. In realtà, gli angoli della bocca sollevati sono frutto di una serie di peculiarità fisiognomiche utilizzate per la comunicazione. I beluga potevano anche abbassare gli angoli della bocca, senza per questo esprimere tristezza. Sapevano addirittura sporgere le labbra come se fossero di buon umore e stessero fischiettando.
Poco dopo, tuttavia, il beluga sembrò perdere ogni interesse. Forse aveva esaminato a sufficienza la propria immagine riflessa… A ogni buon conto, nuotò verso l'alto con una curva elegante e si allontanò dalla vetrata.
«È tutto», disse Anawak a bassa voce.
«E questo che vuol dire?» chiese una giornalista.
«Già. Lui sa chi è. Torniamo su.»
Dal sottosuolo risalirono alla luce del sole. Alla loro sinistra c'era la piscina e tutti la fissarono. Appena sotto l'increspatura delle onde videro scivolare i corpi dei due beluga. Anawak aveva volutamente evitato di spiegare agli osservatori l'esatto corso dell'esperimento. Voleva raccogliere le impressioni dei partecipanti con la certezza che non avessero letto nel comportamento dei cetacei quello che lui desiderava leggerci.
Le sue osservazioni furono confermate in pieno.
«Mi congratulo», disse infine. «Avete appena partecipato a un esperimento che è entrato nella storia delle ricerche sul comportamento: la coscienza di sé allo specchio. Sapete di che cosa sto parlando?»
Gli studenti lo sapevano, i giornalisti un po' meno.
«Non fa niente», disse Anawak. «Ve la riassumo io. L'idea della coscienza di sé allo specchio è nata negli a
Fece una pausa. Sapeva che poi avrebbe dovuto mettere un freno ai giornalisti. Non voleva ritrovarsi a leggere che i beluga erano i migliori psichiatri, che le focene avrebbero fondato un'associazione per il salvataggio dei naufraghi e gli scimpanzé un club scacchistico.
«In ogni caso, è significativo che fino agli a
«Le focene ottenevano una ricompensa?» chiese uno degli studenti.
«No, e non le abbiamo neppure allenate per il test. Durante l'esperimento abbiamo addirittura segnato diverse parti del loro corpo, per evitare gli effetti dell'apprendimento e dell'abitudine. Da alcune settimane stiamo facendo lo stesso esperimento coi beluga. Abbiamo segnato sei volte i cetacei, due volte col pe
Una studentessa alzò la mano. «Vuole dire…» Esitò. «I risultati vogliono dire che delfini e beluga ha
«È così.»
«Come può dimostrarlo?»
Anawak era allibito. «Non ha sentito? Non ha visto cos'è successo?»
«Certo. Ho visto che un animale ha registrato la propria immagine allo specchio, quindi è come se dicesse: 'Quello sono io'. Ciò dimostra necessariamente la coscienza di sé?»
«Si è data la risposta da sola, affermando: Quindi è come se dicesse: 'Quello sono io'. Ha coscienza di sé.»
«Non credo.» La studentessa fece un passo avanti e Anawak la osservò, aggrottando le sopracciglia. Aveva capelli rossi, un piccolo naso a punta e incisivi un po' troppo grandi. «Il vostro tentativo evidenzia attenzione consapevole e coscienza dell'identità fisica. E, a quanto pare, lo fa con successo. Ma non basta per dimostrare che questi animali possiedono una coscienza permanente dell'identità. Da esso non si possono fare speculazioni sul loro atteggiamento nei confronti degli altri esseri viventi.»
«Non ho detto questo», si difese Anawak.
«Certo. Ha difeso la tesi di Gallup secondo cui determinati animali sono in grado d'individuare se stessi rispetto agli altri…»
«Ho parlato di scimmie.»
«… Cosa che, sia detto tra parentesi, è controversa. In ogni caso, lei non ha posto nessun limite quando si è messo a parlare di focene e beluga. Oppure mi è sfuggito qualcosa?»
«In questo caso non c'è nessun limite da porre», ribatté Anawak, contrariato. «Che gli animali si riconoscano è dimostrato.»
«Alcuni esperimenti lo lasciano pensare, certo.»
«Dove vuole arrivare?»
La ragazza lo fissò, spalancando gli occhi. «Non è evidente? Lei può vedere come si comporta un beluga. Ma come fa a sapere che cosa pensa? Conosco il lavoro di Gallup. Crede di aver dimostrato che un animale può immedesimarsi in un altro. Ciò presuppone che gli animali pensino e provino sensazioni come noi. Quello che oggi ci ha mostrato è un tentativo di umanizzazione.»
Anawak era senza parole. Quella studentessa gli stava ritorcendo contro gli stessi argomenti. «Ha davvero questa impressione?» chiese.
«Lei ha detto che i cetacei potrebbero essere più simili a noi di quanto abbiamo creduto finora.»
«Lei non ha ascoltato bene, Miss…»
«Delaware. Alicia Delaware.»
«Miss Delaware.» Anawak si concentrò. «Ho detto che i cetacei e gli uomini potrebbero essere più simili di quanto pensavamo.»
«E dov'è la differenza?»
«Nel punto di vista. Non vogliamo dimostrare che la scoperta di tratti comuni rende i cetacei più simili agli uomini. La questione non è mettere l'uomo come figura ideale, ma vedere parentele sostanziali…»
«Comunque non credo che la consapevolezza di sé di un animale sia paragonabile a quella dell'uomo. Le premesse di fondo sono troppo distanti. A cominciare dal fatto che gli uomini ha
«Sbagliato», la interruppe Anawak. «Anche gli uomini sviluppano una consapevolezza permanente solo a determinate condizioni. È dimostrato. Dai diciotto ai ventiquattro mesi, i bambini cominciano a riconoscere la propria immagine allo specchio. Fino a quel momento non sono in grado di riflettere sul loro 'essere se stessi'. Rispetto al cetaceo che abbiamo visto poco fa, sono ancora meno consapevoli della loro condizione intellettuale. E la smetta di fare continuamente riferimento solo a Gallup. Noi ci stiamo sforzando di comprendere gli animali. Perché non ci piova anche lei?»
«Io volevo solo…»