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12 agosto

Mar di Groenlandia

Samantha Crowe appoggiò i suoi appunti e guardò fuori.

Il CH-53 Super Stallion si abbassava velocemente. Una forte brezza scuoteva l'elicottero lungo trenta metri. Sembrava quasi cadere sulla piattaforma in mezzo al mare, e Samantha si domandava come un affare tanto gigantesco potesse stare a galla. Ma, nel contempo, si chiedeva: come si può atterrare su una cosa così piccola?

Più di cinquecento miglia marine a nord-est dell'Islanda, sopra la piana abissale groenlandese, c'era la USS Independence LHD-8, una città galleggiante, strana e irta di strutture, col fascino di un mezzo spaziale uscito da Alien. Due ettari di libertà e novantasettemila to

Il suo compito: condurre una conversazione.

L'elicottero virò. Con un movimento circolare, il Super Stallion si mosse verso il punto di atterraggio e si posò. Attraverso i finestrini laterali, Samantha vide un uomo con una tuta da lavoro gialla che dava indicazioni al pilota. Qualcuno dell'equipaggio la aiutò a slacciarsi la cintura e a indossare casco, cuffie, jacket e occhiali protettivi. Il volo era stato sgradevole e Samantha si sentiva malferma sulle gambe. Con passi incerti scese dall'elicottero, passò sotto la coda del Super Stallion e si guardò intorno.

Sulla pista d'atterraggio c'erano poche persone. Quel vuoto aumentava l'impressione di un posto surreale: una distesa asfaltata, pressoché infinita, punteggiata di fortificazioni, lunga 257,25 metri e larga 32,6. Samantha Crowe lo sapeva con precisione. Era una scienziata col debole per i numeri esatti, quindi aveva cercato di sapere tutto il possibile sulla USS Independence, ma in quel caso la teoria capitolava di fronte alla realtà. La vera Independence non aveva nulla a che vedere coi disegni dei progetti e i dati tecnici. Nell'aria aleggiava un intenso odore di petrolio e kerosene, cui si mischiavano quello di gomma calda e sale. Il ponte era spazzato da un vento violento che sembrava strapparle la tuta.

Non era un luogo per viaggi di piacere.

C'erano uomini con giubbotti colorati e cuffie antirumore che correvano da tutte le parti. Uno le andò incontro, mentre alcuni soldati scaricavano il suo bagaglio. Avevano un giubbotto bianco. Samantha cercò di ricordare. Il bianco era il colore dei responsabili della sicurezza. Quelli in giallo dirigevano il traffico degli elicotteri sul ponte, quelli vestiti di rosso si occupavano del carburante e delle armi. E in marrone non c'era nessuno? E in lilla? Di che cosa si occupavano quelli in marrone?

Il freddo le entrò fin sotto la pelle.

«Mi segua», gridò l'uomo per sovrastare il fragore dei rotori che si stavano fermando. Indicò l'unica costruzione della portaerei. Pareva un condominio ed era sormontata da ante

L'uomo aprì un portellone e lei entrò nell'«isola», come veniva chiamato quell'edificio nel gergo della Marina. Dopo avere oltrepassato una doppia paratia, si trovò a respirare aria fresca e pulita, ma non riuscì a cancellare la sensazione di soffocamento che quel luogo le comunicava. L'uomo della sicurezza la affidò a un gigantesco uomo di colore, che indossava un uniforme e che si presentò come maggiore Salomon Peak. Si strinsero la mano. Peak sembrava molto rigido, come se non fosse abituato a trattare coi civili. Nelle ultime settimane, Samantha aveva parlato spesso con lui, ma solo per telefono. Attraversarono un corridoio tortuoso e scesero attraverso ripide scalette nella parte più interna della nave, seguiti da due soldati col bagaglio. Su una parete spiccava a grandi lettere l'indicazione LIVELLO 2.

«Sicuramente vorrà darsi una rinfrescata», disse Peak, aprendo una porta identica alle numerose altre che si allineavano sui due lati del corridoio. Apparve così una stanza incredibilmente spaziosa e ben arredata, quasi una piccola suite. Samantha aveva letto che, su una portaerei, lo spazio privato era ridotto al minimo e che i soldati dormivano in camerate.

Interpretando l'espressione della do

«La zona degli ammiragli?»

«È il nostro Hotel Excelsior. Sono gli alloggi per gli ammiragli e per il loro stato maggiore quando vengono a bordo. Attualmente l'equipaggio non è al completo, così abbiamo tutto lo spazio del mondo. La parte femminile della spedizione è sistemata negli alloggi per gli ammiragli; la parte maschile in quelli degli ufficiali. Posso?» Le passò davanti e aprì un'altra porta. «Bagno personale e WC.»

«Sono impressionata.»

I soldati portarono dentro il bagaglio.

«Sotto il televisore c'è un minibar», spiegò Peak. «Analcolici. Le basta una mezz'ora per sistemarsi prima della prossima riunione?»

«Eccome.»

Samantha attese finché Peak non ebbe chiuso la porta alle proprie spalle, poi si mise freneticamente alla ricerca di un portacenere. Lo trovò in una credenza, armeggiò per sfilarsi la tuta e frugò nella giacca sportiva alla ricerca delle sigarette. Tornò a sentirsi un vero essere umano soltanto dopo aver preso una sigaretta dal pacchetto schiacciato, averla accesa e aver inalato il fumo.

Si accomodò sul bordo del letto.

In realtà era una cosa triste. Due pacchetti al giorno erano una cosa maledettamente triste, come pure non riuscire a smettere. Ci aveva provato due volte. E non ce l'aveva fatta.

Forse non voleva farcela.

Dopo la seconda sigaretta, andò sotto la doccia. Quindi s'infilò jeans, scarpe da gi

Alla porta non c'era Peak, ma Leon Anawak.

«L'avevo detto che ci saremmo rivisti», esordì lui con un sorriso.

Samantha rise. «E io avevo detto che avrebbe ritrovato le sue balene. È bello rivederla, Leon. È lei la persona che devo ringraziare per essere stata convocata qui, giusto?»

«Chi gliel'ha detto?»

«Judith Li.»

«Credo che sarebbe qui anche senza il mio intervento. Però senza dubbio ho contribuito un po'. Deve sapere che l'ho sognata.»

«Santo cielo!»

«Non si preoccupi. Mi è apparsa come uno spirito buono. Com'è stato il volo?»

«Rumoroso. Sono l'ultima, vero?»

«Noi siamo saliti a bordo a Norfolk.»

«Sì, lo so. Ma non potevo venir via prima da Arecibo. Non ci crederà, ma c'è una gran quantità di lavoro da svolgere anche per non far funzionare un progetto. Per ora il SETI è stato accantonato. Al momento non ci sono soldi per esplorare l'universo alla ricerca di omini verdi.»

«Forse troveremo più omini verdi di quanti vorremmo», replicò Anawak. «Venga, Peak arriverà tra un minuto. Le mostreremo le possibilità dell'Independence. Poi toccherà a lei. Sono tutti molto eccitati. Le ha

«Un sopra

«Miss Alien.»

«Oh santo cielo! Per un bel pezzo mi ha

Peak li guidò nel mondo del livello 2. Avevano iniziato la visita dalla parte anteriore della nave e ora si stavano spostando verso il centro. A prua, Samantha aveva ammirato la grande palestra piena di tapis roulant e di macchine. Era praticamente deserta.

«Di solito qui c'è un grande movimento», spiegò Peak. «L'Independence può ospitare tremila persone. Adesso a bordo non siamo neppure in duecento.»

Percorsero l'ala residenziale destinata agli ufficiali più giovani. C'erano cabine per quattro o sei persone con comode cuccette, spazio sufficiente per i bagagli, tavoli ribaltabili e sedie.

«Accogliente», commentò Samantha.

Peak scrollò le spalle. «Questione di punti di vista. Quando c'è vero movimento non si riesce a chiudere occhio. Pochi metri sopra la sua testa decollano e atterrano elicotteri e jet. I problemi maggiori, ovviamente, li abbiamo coi novellini.»

«E quando ci si abitua al rumore?»

«Mai. Però ci si abitua a non fare un so

Giunsero infine al centro della nave. Di fianco alla mensa gigantesca, c'era una paratia, con chiusura a combinazione, che si apriva su una grande sala oscurata. Era la prima zona che Samantha vedeva animata. Davanti alle console illuminate da lampadine, erano seduti uomini e do

«Al livello 2 si trovano le sale di comando e di manovra», spiegò Peak. «Prima era tutto nella struttura dell'isola, ma là si correvano dei rischi. I mirini dei sistemi missilistici nemici puntano su strutture più calde e più grandi delle navi. Una di esse è ovviamente l'isola. Con un paio di colpi sarebbe come se vi staccassero la testa dalle spalle, così abbiamo portato gran parte delle sale di comando sottocoperta.»

«E che fate esattamente qui?»

«Questa sala è il CIC…»

«Ah, sì. Il Combat Information Center.»

Per un attimo, nel magro viso d'ebano, gli occhi lampeggiarono. Samantha Crowe sorrise e decise di tenere la bocca chiusa.

«Il CIC è il sistema nervoso centrale dei nostri sensori», disse Peak. «Tutti i dati arrivano in questa sala, quelli provenienti dalla nave e dai satelliti, ovviamente in tempo reale. Le difese della nave e quelle aeree, il rilevamento dei problemi, le comunicazioni… In caso di combattimento qui succede il pandemonio. Vede quei posti vuoti laggiù, dottoressa Crowe? Credo che ci passerà molto tempo.»

«Mi chiami Samantha. O più semplicemente Sam.»

«Da lì si vede e si ascolta sott'acqua», proseguì Peak, imperturbabile. «Sorveglianza dei sottomarini, rete di sonar SOSUS, Surtass LFA e molto altro. Rileviamo qualunque cosa si avvicini all'Independence.» Indicò un gigantesco monitor sotto il soffitto. Vi si poteva vedere un patchwork di diagrammi e di carte. «Il quadro completo. Raccoglie tutti i dati che arrivano alla nave e ne redige una panoramica. La stessa cosa, anche se rimpicciolita, la vede il comandante sul ponte.»