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Non aveva raccontato ad Anawak fino a che punto era stata dura. La no
Però l'incidente non aveva spezzato il suo amore per il mare, al contrario. Il mare esercitava su di lei un fascino oscuro, sembrava quasi chiamarla, invitarla ad andare sul fondo, dove la aspettavano i suoi genitori. Il mare la affascinava a tal punto che, una notte, era andata in autostop a Brighton e aveva nuotato fino al largo. Quando l'acqua, liscia come l'olio, nera, illuminata solo dalla luna, aveva come inghiottito le luci della località balneare, si era lasciata sprofondare lentamente sotto la superficie, provando ad a
Ma non era così facile.
Era rimasta sospesa nell'oscurità, trattenendo il fiato e contando i battiti del cuore finché non le erano rimbombati nelle orecchie. E invece, anziché prendersi la sua forza vitale, il mare le aveva dimostrato quanta ne possedeva: quel cuore così forte… Eppure lei voleva assolutamente abbandonarsi al suo freddo abbraccio. Di colpo era arrivato l'istinto di respirare, che l'avrebbe costretta a prendere acqua nei polmoni. Suo padre le aveva parlato spesso di quel fenomeno. Nei polmoni si sarebbe formata della schiuma, la rete di alveoli si sarebbe sgonfiata a poco a poco e infine l'acuta mancanza di ossigeno l'avrebbe condotta alla morte. Due minuti per arrivare ai crampi del diaframma, che avrebbero reso impossibile il respiro. In cinque minuti, il cuore si sarebbe fermato.
Era schizzata verso l'alto, riemersa dall'incubo cominciato quando lei aveva dieci a
Una settimana dopo, era riuscita a farne venti.
Si era impegnata al massimo per recuperare quello che aveva perso. La scuola l'aveva riammessa, a condizione che si sottoponesse a una terapia, e lei aveva acconsentito. Si era dimostrata volenterosa e disciplinata. Era premurosa e gentile. Leggeva tutto quello che le capitava tra le mani, soprattutto sull'ecosistema della Terra e sugli oceani. Non passava giorno senza che si allenasse. Da quando il mare l'aveva liberata, lei correva, nuotava, faceva boxe e si arrampicava per cancellare anche le ultime tracce del tempo perduto. Alla fine, la ragazza magra e con gli occhi incavati era sparita: il suo corpo ricordava quello di una statua greca. A dicia
Karen era diventata una persona nuova.
Con una vecchia nostalgia.
Per comprendere meglio il mondo e come funzionava, si era occupata anche d'informatica. La rappresentazione di relazioni complesse attraverso il computer la entusiasmava, e non si era data pace finché non era riuscita a rappresentare virtualmente i movimenti dell'oceano e dell'atmosfera. Il suo primo lavoro era stato un ampio quadro delle correnti marine, una cosa che non avrebbe portato nulla di nuovo al sapere universale, ma che rivelò grande lucidità e rigore logico. Era un omaggio a due persone che lei aveva amato e che aveva perso troppo presto. Quando Karen metteva la testa sott'acqua e faceva ricerche, restituiva qualcosa di quello che aveva ricevuto in abbondanza: amore e sapere. Aveva fondato una società di pubbliche relazioni, la Deepbluesea; scriveva per Science e per il National Geographic; teneva rubriche su periodici di divulgazione scientifica. In tal modo, era riuscita ad attirare l'attenzione di vari istituti, che l'avevano invitata a partecipare a varie spedizioni, perché avevano bisogno di una voce che desse forma alle loro idee. Con il MIR avera raggiunto il Titanic; l'Alvin l'aveva portata ai camini idrotermali della dorsale abissale atlantica; la Polarstern le aveva permesso di svernare nell'Artico. Lei c'era sempre e faceva sempre del suo meglio, perché, dopo quella notte, non conosceva più la paura. Niente e nessuno le faceva più paura.
Tra
Si guardò nello specchio del bar: era bagnata e avvolta nell'accappatoio di spugna. Aveva un'aria perplessa.
Bevve in fretta il Baileys e andò a letto.